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Una settimana di fuoco per B.

Per Berlusconi la settimana è iniziata molto male e molto in anticipo: domenica (23 ottobre 2011, ndr) ha avuto luogo il vertice dei Capi dei 27 stati europei che avrebbero dovuto principalmente decretare se promuovere o no le decisioni prese fino a quel giorno dall’Italia in tema di economia. Mentre il nostro Presidente del Consiglio se ne usciva tranquillo dall’assemblea rassicurando i cronisti sul buon esito del giudizio, gli altri Primi Ministri mal celavano un certo scetticismo a proposito della fiducia fino a questo momento garantitaci. Entreranno nella storia le immagini che ritraggono Merkel e Sarkozy mentre si lanciano un’occhiata complice e derisoria durante la conferenza stampa indetta per quel giorno. Lasciando ad altri decidere se il comportamento dei due sia stato o no opportuno, possiamo di certo dire che la nostra reputazione all’estero non è delle migliori e che forse quello che ha fatto il nostro Governo fino ad oggi non è stato tanto buono quanto qualcuno di noi credeva. Il presidente francese e la cancelliera tedesca si sono trovati d’accordo nell’affermare che l’Italia in questo momento si trova allo stesso livello della Grecia e che, per questo motivo, deve trovare il modo di rassicurare l’Unione Europea entro mercoledì 26 ottobre, cioè al prossimo incontro a Bruxelles.

Il giorno seguente Berlusconi non si è potuto presentare all’udienza per il caso Mills, proprio per queste ragioni, ma non è neppure riuscito a trovare una soluzione per i problemi del suo paese. Durante tutta la giornata si sono tenuti incontri a Palazzo Grazioli tra i principali esponenti della maggioranza che hanno portato ad un nulla di fatto. L’agenzia ANSA, a fine giornata, lascia trapelare indiscrezioni a proposito di una bozza di decreto legge composto da dodici condoni di vario genere ed una legge ad personam che riguarderebbe la spartizione dell’eredità del nostro Presidente del Consiglio. Proprio mentre arrivava la smentita del ministro Romani viene divulgata una delle copie di cui ora, però, non si parla più.

Anche oggi i vertici a Palazzo Grazioli non hanno avuto esito positivo a causa delle divisioni interne al PdL e, soprattutto, all’irremovibilità della Lega riguardo le pensioni. Fin da questa estate il Premier avrebbe desiderato aumentare l’età necessaria per andare in pensione, ma ha sempre trovato Bossi fermo e risoluto, appoggiato da tutto il suo partito e anche dal suo elettorato. Questa scena può sembrar non del tutto nuova ai meno giovani: già nel 1994 si è assistito a qualcosa di simile quando lo stesso partito fece crollare il primo governo Berlusconi. Il Senatùr si dice pronto a ripetere la stessa mossa. Stamattina il Presidente della Repubblica ha  invitato il Cavaliere e tutto il Consiglio dei Ministri a definire gli annunci che aveva fatto in vista del prossimo incontro con i Capi di Stato dell’Unione Europea. Come se non bastasse il Financial Times ha portato in evidenza che se il nostro Paese non prenderà decisioni serie è molto probabile che possa essere “commissariato” direttamente da Bruxelles. Questa sarebbe la cosa peggiore per un paese fondatore dell’Ue e della moneta unica come il nostro.

In conclusione in questi tre giorni di intenso lavoro da parte delle nostre massime autorità non siamo riusciti a risolvere nessuno dei grandi problemi che affliggono l’Italia. Domani, al vertice europeo, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si presenterà con in mano solo una lettera. Il nostro futuro è nelle mani degli altri stati europei. La nostra immagine internazionale non ne resterà indenne neanche stavolta.

 

Comizi D’Amore e Altra Tecnologia

Michele Santoro è ormai fuori dalla Rai da tre mesi e il contratto con La7 è saltato da ormai un mese abbondante, ma lui non si arrende, l’aveva annunciato. Come promesso tornerà in autunno e sarà più irriverente e sgradevole che mai, affiancato ancora dai suoi fedeli Ruotolo, Travaglio e Vauro. Rende noto domenica (11 Settembre 2011, ndr), alla festa di compleanno de Il Fatto Quotidiano, che da ottobre organizzerà delle serate di intrattenimento e informazione molto simili a Raiperunanotte e Tuttinpiedi. Però, per farlo avrà bisogno del sostegno di tutti i cittadini che si sono stufati dell’informazione manipolata dall’alto della Rai e per questo nascerà l’associazione “Servizio Pubblico” dove chiunque vorrà aderire potrà elargire un minimo di 10 euro e, oltre a questo piccolo contributo da parte dei più, ci saranno anche il sostegno del Fatto e l’aiuto di alcuni imprenditori televisivi come Sandro Parenzo ed Etabeta. Questi “Comizi d’Amore”, così battezzati in onore di Pier Paolo Pasolini, troveranno forse la loro ubicazione a Bologna (come gli eventi già elencati qui sopra) o a Roma, tuttavia questo è ancora da decidere. Ciò che ormai è certo è la modalità di divulgazione del programma: la multi-piattaforma, cioè la trasmissione su canali televisivi locali, su un canale di sky e, così continua la grande innovazione, su internet.

Proprio questa grande innovazione è la novità che più risalta. In un mondo governato da tablet e cellulari super tecnologici, che solo una piccola percentuale dei possessori sa usare, trova posto un programma che andrà in onda su internet. Da molto tempo tutti i canali più importanti posseggono un sito che propone o ripropone i propri programmi, ma il cambiamento sta nell’utilizzare questo mezzo come alternativa, un modo in più per avvicinarsi ai giovani e non solo.

Solo negli ultimi mesi la tecnologia ha fatto passi da gigante all’interno della nostra vita, basti guardare come hanno fatto la differenza Twitter o Facebook nella propaganda politica per le elezioni comunali o i Referendum in Italia, per le rivoluzioni in Nord Africa o nelle rivolte sedate in Inghilterra. Il nostro mondo si sta avvicinando sempre più a quel futuro immaginario, da molti predetto e auspicato, dove la scienza sarà compagna fedele e inseparabile dell’uomo.

London is Burning

Purtroppo non si parla della canzone dei Clash, che ben di altro si occupava. Da quasi una settimana Londra sta prendendo fuoco in senso letterale, ma anche metaforico. La “primavera araba” sta diventando piano piano l’”estate londinese” e chissà poi in cosa si tramuterà. Certo è che il nostro continente, e il Mediterraneo più in generale, si stanno rivoltando, potrebbe sembrare quasi per le stesse ragioni. Noi non possiamo dire di essere sotto qualsivoglia dittatura, ma il disagio delle classi meno abbienti e, soprattutto, dei giovani è tangibile. Ciò che ci accomuna è la voglia di veder qualcosa cambiare, come per esempio le caste. Perché al potere e ai ristoranti di lusso ci possono andare sempre e solo gli stessi? Perché sempre gli stessi sono quelli che devono rinunciare alle vacanze o a un’educazione decente? Questo medesimo scontento si è propagato dalla Tunisia, all’Egitto, dalla Libia, alla Siria, per passare ai paesi che meglio conosciamo come Grecia e Spagna, e ora il Regno Unito.

Da giovedì (4 agosto 2011, ndr) per le strade della capitale inglese si è vista prender piede una guerriglia ben organizzata e molto determinata. Si tratta ormai di guerra civile senza eguali partita da quella scintilla, se così la vogliamo chiamare, che è stata la morte di un giovane di colore ucciso dalla polizia, pare senza motivo. Di sera ad appiccare il fuoco a negozi o bidoni dell’immondizia, a rubare o entrare nelle case possiamo trovarci di fronte a persone molto diverse tra loro, persino a bambini di sette anni. Nonostante tutto sia partito dalla morte di un cittadino inglese di colore, è sicuro che non ci sia sfondo razziale negli scontri con la polizia: le motivazioni devono essere cercate molto più a fondo. Ieri il Primo Ministro inglese ha cercato di rassicurare gli abitanti dicendo che quegli scontri erano causati solo da dei semplici e comuni criminali, ma in questo modo non si spiegherebbe il perché della diffusione a macchia d’olio di questo profondo malessere. Qualcuno afferma che le radici siano da cercare nel tasso di disoccupazione (che a Tottenham, da cui è partito tutto, è molto alto) e nei tagli alla spesa pubblica che, ancora una volta, vanno a toccare il ceto medio che lentamente sta sparendo lasciando spazio solo ad una popolazione sempre più povera. Altri, invece, sembrano paragonare la crisi dei nostri giorni a quella già avvenuta negli anni Venti del Novecento e quindi alle enormi disuguaglianze, sociali e reddituali, che ci sono tra i cittadini di uno stesso stato. Qualcuno dice che le generazioni d’oggi sono da considerarsi “perse” già in partenza: non c’è posto per loro e mai ce ne sarà se l’economia continuerà di questo passo. Già filosofi ed economisti come Rousseau e Smith spiegavano che solo con l’uguaglianza si può avere uno stato governabile e che i “miserabili” possono essere pericolosi.

Quello che vediamo scritto sui giornali e sentiamo alla televisione altro non è che una richiesta di cambiamento cui i politici non fanno caso, non tanto perché non ci sentano, ma perché non vogliono sentire. Ciò che forse non ricordano è che la democrazia si è sempre costruita dopo qualche battaglia e che questi giovani non hanno più nulla da perdere.

 

NO-TAV in Val di Susa: manifestato un dissenso popolare. Il blocco nero delegittima la protesta.

La protesta NO-TAV irrompe sulla scena pubblica come un cataclisma da reprimere con la forza del braccio armato dello stato. Ormai è noto che lo stato e la mafia speculano sulla costruzione delle opere pubbliche e il territorio ne esce sempre deturpato e violentato.
In merito alla costruzione dell’alta velocità nella Val di Susa non è stata ascoltata nessuna voce di nessun cittadino e i partiti hanno preso decisioni ademocratiche e contro il manifestato volere popolare. 
Nei cortei c’erano uomini, donne, anziani venuti per mostrare il loro parere avverso alla costruzione dell’opera in maniera pacifica e a difendere un sacrosanto diritto democratico che aleggia come fantasma di un’epoca libertaria passata.
Difendevano la possibilità di dire ciò che si è tenuti, in quanto cittadini, a dire! Un’opposizione democratica ad un’amministrazione incapace di venire incontro alle posizione del popolo.
Ma laddove vi era una richiesta di democrazia, lo stato ha risposto con il blocco nero, la polizia, che ha utilizzato una repressione stalinista della manifestazione, che a quel punto ha risposto con una violenza “ancora moderata” e assolutamente non paragonabile a quella folle e antidemocratica del black block, quello fatto di terroristi violenti e ignoranti.
La violenza è un vicolo cieco, porta ad un delirio di fuoco e di fiamme, da una parte e dall’altra. Se fosse stato aperto un dibattito con la cittadinanza, tutti questi problemi non si sarebbero presentati, invece anziché il verbum, la parola, è stata utilizzata un’arma ben meno efficace, la violenza.
Quindi non posso che schierarmi dalla parte dei manifestanti NO-TAV pacifici e condannare qualsiasi tipo di violenza, da parte dello stato e dunque per mano di polizia e da parte del movimento black-block e di altri manifestanti.
Mi ritengo indignato dall’atteggiamento assunto da alcuni giornalisti, che anzichè illustrare i pro e i contro della costruzione dell’alta velocità, hanno calunniato la legittima manifestazione, identificando il manifestante tipo come una persona violenta.
E in effetti il black-block non è stato d’aiuto, anzi ha contribuito alla delegittimazione di un dissenso radicato in una popolazione pacifica e non violenta.

Mi auspico che l’amministrazione e la politica possano interloquire con i manifestanti e discuterne le preoccupazioni e i disagi, spero inoltre che la violenza possa finalmente terminare.

 

Matteo Piras

Povero Silvio!

Ieri è passata l’abrogazione delle quattro leggi del referendum, con un’affluenza alle urne che non si vedeva da quindici anni. Molti ora sostengono che chi ha vinto sarebbe il centrosinistra, altri affermano che abbia vinto l’antiberlusconismo e altri ancora, il web. In ogni caso si deve festeggiare. Qualunque sia stata la molla che ha fatto scattare questa presa di coscienza, dimostra che l’Italia è diventata più curiosa nei confronti della politica. Da molto tempo ormai i giovani erano abituati ad uno sguardo di diffidenza per tutto ciò che accadeva alle cariche più alte dello stato, ma pare che ora qualcosa sia cambiato. Tutto è più vicino e facile da comprendere grazie a quotidiani con un’edizione anche online, a giornalisti e bloggers che cercano di spiegare e convincere con parole semplici, telegiornali e programmi di approfondimento che non sono più il terreno di gioco di soporiferi veterani della politica, ma di reporters e di “comici” che, con la loro satira ben congegnata riassumono in pochi minuti settimane di avvenimenti. Anche se avessero ragione quelli che dicono che a vincere sarebbe stato il centrosinistra non fanno ben sperare per il futuro le ormai classiche immagini di un Bersani che, con un sorriso gelido, chiede le dimissioni di Berlusconi e di un Di Pietro che, dopo mesi a dire che questi avvenimenti servono per chiudere un’era, si gira indietro e smentisce tutto (“non è contro il governo ma per la democrazia”); poi c’è Vendola, che solo per un’intervista del leader del PD, si mette a puntare i piedi per far ascoltare anche la sua versione. Ci sono persone che non sanno perdere, ma ci sono anche persone che non sanno vincere. Questi personaggi sono l’esempio lampante di gente non in grado di capire che solo restando uniti riuscirebbero realmente a creare qualcosa di buono per il paese.
Tuttavia anche il peso dell’antiberlusconismo si è fatto sentire durante questo weekend: molti voti sono arrivati da destra e dimostrano che certe persone non ne possono davvero più di sentir parlare ai telegiornali dell’ultima barzelletta raccontata dal Cavaliere ad un incontro tra gli uomini (e le donne) più potenti del mondo. Che sia davvero la fine di un’epoca? Lascio volontariamente la domanda in sospeso.
Ora vediamo chi ha detto cosa. Berlusconi ieri non ha lasciato che nessun giornalista gli facesse domande troppo specifiche ed ha tentato, invano, di fare come se nulla fosse successo, come se il risultato ottenuto se lo aspettasse e non significasse nulla dal punto di vista politico. Ormai il paragone con Craxi non glielo toglie più nessuno, le similitudini sono troppe. La Lega, come sempre negli ultimi tempi, ha voltato le spalle all’alleato e ora tutti aspettano il ritrovo annuale di Pontida per capire cosa succederà da qui in avanti. Molti dei suoi sono addirittura andati a votare, come ha fatto, senza alcuna vergogna, Zaia. Recentemente il Carroccio è apparso più vicino ai suoi sostenitori e mosso da più buonsenso dei pidiellini, tanto che Calderoli non manca di far loro notare le ultime “sberle in faccia” prese e sottolinea che non si può continuare così. Poi c’è la Santanchè, che riconosce sì una sconfitta del suo partito, ma a cui preme di più far notare ai festeggianti del PD che non sono stati di certo loro a imporsi, ma che questo risultato è tutto merito di IDV e SEL. Se proprio non può far festa, che almeno la rovini a chi un po’ ci credeva.
Fonti e approfondimenti:

Per chi non ha ancora capito niente del Referendum del 12 e 13 Giugno

Per una volta tenterò di essere neutrale, o quasi. Questa volta non si parla di opinioni politiche, ma di scelte del cittadino. È inutile che tutti i politici cerchino di strumentalizzarci solo per portare acqua al proprio mulino ( e proprio in questo caso di acqua si parla). Per una volta non si parla di loro, ma di noi e del nostro paese, di quello che intendiamo farne. Questo weekend andremo alle urne. Sì, andremo alle urne, a costo di venirvi a prendere tutti a casa. Come abbiamo imparato alle scuole superiori votare (anche ai referendum) è un DIRITTO e un DOVERE. Ogni qual volta abbiamo l’immeritata fortuna di poter far valere le nostre opinioni noi siamo tenuti ad esprimerci.
Ma non divaghiamo. Stavo per iniziare a parlare del referendum del 12 e 13 giugno e quindi iniziamo. Entrando nelle cabine avremo tra le nostre mani quattro schede di quattro colori diversi a proposito di tre temi diversi, generalizzando: acqua, nucleare e legittimo impedimento. Purtroppo, non avendo sempre a disposizione dei mass media liberi e al servizio del cittadino, toccherà a ognuno di noi informarsi bene riguardo ognuno di questi argomenti.
Scheda rossa: in questa scheda si parla dell’acqua, anche se per saperlo abbiamo bisogno di un traduttore, come fa notare il giornalista Marco Travaglio. Più nel particolare si tratta di abrogare il decreto Ronchi del 2009, il quale stabilisce entro il 31 dicembre 2011 un passaggio della gestione pubblica dell’acqua a società private o a società miste che abbiano una partecipazione di privati almeno del 40%.
A favore del Sì: il Forum italiano dei movimenti per l’acqua afferma che la progressiva privatizzazione degli ultimi anni ha reso “l’acqua una merce” e “provocato dappertutto degrado e spreco della risorsa, precarizzazione del lavoro, peggioramento della qualità del servizio, aumento delle tariffe, riduzione degli investimenti, diseconomicità della gestione, mancanza di trasparenza e di democrazia”. Il Forum in questione sostiene il  completo ritorno alla gestione pubblica. Pur non essendo d’accordo con quest’ultima affermazione, anche Legambiente sostiene il voto per il Sì, come anche Travaglio, il quale non manca di far notare che l’acqua, essendo bene naturale, deve essere a disposizione di tutti e, inoltre, la gestione pubblica può essere controllata più da vicino dal cittadino.
A favore del No: coloro che sostengono il No sperano che una gestione privata porti a dei miglioramenti nelle infrastrutture, un’ottimizzazione dei costi e maggiori investimenti in generale.
Scheda gialla: secondo quesito a proposito dell’acqua. Questo secondo quesito punta a cancellare il comma 1 dell’articolo 154 del DL 152, cioè quello che stabilisce una tariffa di base per le remunerazioni delle aziende private che operano nel settore idrico. In poche parole, qualunque capitale abbiano investito,  i privati avranno un ritorno del 7%.
A favore del Sì: con una percentuale di guadagno fisso non ci sarà più una logica del reinvestimento per il miglioramento del servizio offerto. I privati si butteranno immediatamente in questo mercato che garantisce una percentuale fissa di utile senza alcuno sforzo o merito. Inoltre, ci sarà probabilmente un incremento dei costi e l’acqua si trasformerà “da diritto a privilegio”.
A favore del No: anche per questo quesito i controreferendari si schierano a favore di un più facile reperimento di fondi per il rinnovo di infrastrutture vecchie, malandate e, in alcuni casi, assenti. Non solo credono in un miglioramento, ma anche ad un maggior controllo e manutenzione.
Scheda grigia: il nucleare. Già nel 1987, sull’onda dell’emotività portata da Chernobyl, gli italiani avevano deciso di abolirlo, ma non tutto ha una fine. Qualche anno fa alcuni politici ritennero che un ritorno al nucleare avrebbe potuto aiutarci con il nostro grande fabbisogno di energia. Dopo tante dispute e tanto parlare di niente siamo arrivati alla resa dei conti.
A favore del Sì: in questo caso voglio proprio citare parola per parola un intero paragrafo della bellissima rivista Wired: “Secondo gli attivisti, e secondo diversi esponenti della comunità scientifica, il nucleare non è sicuro, e la dimostrazione più lampante è proprio Fukushima. Ma le criticità non orbitano solo attorno alle questioni sulla sicurezza, ma anche sui costi e sui tempi. Si calcola infatti che ci vorranno almeno 20 anni per individuare i siti e completare la costruzione di nuove centrali. Anche volendo ignorare gli enormi costi che comporta un incidente come quello di Fukushima (più di 30 miliardi di euro), bisogna considerare che per costruire una centrale di nuova generazione sono necessari almeno 6 miliardi di euro, senza contare i 3,3 miliardi già spesi per lo smantellamento delle vecchie centrali. A questi costi vanno poi aggiunti quelli per lo stoccaggio delle scorie (2 miliardi di euro fino ad oggi).” Detto questo vorrei aggiungere una sola, piccola cosa: l’Italia è lo stato europeo con il più alto rischio sismico, le uniche regioni in cui si potrebbe edificare una centrale sarebbero la Lombardia, il Veneto e la Sardegna. I presidenti delle suddette regioni hanno già fatto sapere che di costruire sul loro territorio non se ne parla.
A favore del No: ogni anno importiamo ingenti quantità di energia da Francia e altri paesi che sfruttano la forza dell’atomo e continuiamo a indebitarci anche più delle nostre possibilità. L’energia creata in questo modo sarebbe vantaggiosa per il prezzo e pulita. Per di più i disastri nucleari sono rari e la nuova tecnologia che sarebbe messa a nostra disposizione sarebbe tra le più sicure.
Scheda verde: legittimo impedimento. In questo caso passiamo sul piano della politica, o meglio, della visione che ognuno di noi ha di essa. L’ultimo quesito, quello che fa più paura a chi vorrebbe annullare il referendum, è a proposito del doversi presentare o meno in Tribunale durante il proprio mandato come Parlamentare o Primo Ministro. Ora non mi farò alcuno scrupolo tentando di essere oggettiva. Non si può pensare veramente che il Lodo Alfano sia giusto o equo. Questo vorrebbe che ogni individuo che si deve presentare davanti ad un giudice, possa rimandare l’appuntamento a dopo un anno e mezzo. In realtà il lasso di tempo sarebbe dovuto essere più lungo, ma il Lodo Alfano bis, fortunatamente, non è passato, poiché incostituzionale. Il gioco che si nasconde dietro sarebbe quello che porterebbe molte cause a cadere in prescrizione e, quindi, a lasciare qualcuno con la fedina penale (quasi) intatta. Bel giochino. Sembra di stare nella fattoria degli animali di Orwell. Siamo tutti uguali, ma qualcuno lo è più di qualcun’altro.
Non so voi cosa voterete, ma io farò quattro crocette per i quattro sì. Qualcuno dice che servano per cambiare un paese allo sbando, altri per far capire al nostro Primo Ministro che il suo tempo è passato, ma non è questo il punto. Questo referendum serve a noi e a noi soltanto, se poi avrà anche questi risvolti ne sarò ben lieta. Per ora mi limito a guardare ad un futuro migliore di quello che si prospetta dalle intenzioni della nostra classe politica.
Fonti: – Wired ;
            – Marco Travaglio – Passaparola
            – Il Fatto Quotidiano del 07/06/2011
            – Annozero del 02/06/2011

Non è un paese per gay.

Questo pomeriggio, navigando in Rete, mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Alessandro Capriccioli. Titolo: I campioni dell’omofobia. L’autore ha raccolto una serie di tristi e spaventose dichiarazioni omofobe di svariati politici. Tra luoghi comuni e follie discriminatorie, i politici mettono a nudo tutta la loro piccolezza mentale. Nel Rapporto 2010 sulla situazione dei diritti umani nel mondo, Amnesty International aveva già denunciato questa situazione. “Ci sono state nuove violente aggressioni omofobe”, scrivono quelli di Amnesty, i “commenti dispregiativi e discriminatori formulati da politici nei confronti di rom, migranti e persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender hanno alimentato un clima di crescente intolleranza” e “a causa di una lacuna legislativa, le vittime di reati di natura discriminatoria basati sull’orientamento sessuale e l’identità di genere non hanno avuto la stessa tutela delle vittime di reati motivati da altre tipologie di discriminazione”. Pochi giorni fa anche il Presidente Napolitano, dopo un incontro con dei rappresentanti di Amnesty, ha rilasciato importanti dichiarazioni a riguardo: «comportamenti ostili nei confronti di persone con orientamenti sessuali diversi. Si tratta di atteggiamenti che contrastano con i dettami sia della nostra costituzione, sia della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Non dobbiamo quindi ignorare l’invito del Parlamento Europeo a trovare misure efficaci per abbattere anche questo tipo di discriminazioni. E, mentre da una parte deve essere apprezzata l’apertura di imprese italiane e straniere nei confronti di persone con diversi orientamenti sessuali e diverse unioni di vita, dall’altra, occorre denunciare e contrastare in tutte le sedi, e innanzitutto in sede politica, con costanza e con fermezza le aggressioni fisiche, gli atti di bullismo, le provocazioni verbali, quali quelle che hanno investito anche un autorevole membro del Parlamento Italiano. [...] E non bisogna sottovalutare i rischi che l’abitudine all’uso nel discorso pubblico di allusioni irriverenti, lesive della dignità delle persone, contribuiscano a nutrire il terreno sul quale l’omofobia si radica. L’ostentazione in pubblico di atteggiamenti di irrisione nei confronti di omosessuali è inammissibile in società democraticamente adulte. In altri paesi democratici persone che hanno dichiarato i loro orientamenti omosessuali hanno potuto raggiungere posizioni di grande rilievo, ricoprire alte cariche anche pubbliche. Un percorso di superamento di timori e rimozioni, nonchè di ostacoli alle carriere, è stato avviato da tempo anche in Italia, ma il nostro è un cammino che appare ancora lungo e difficile. Perciò è importante che la battaglia contro l’omofobia e le discriminazioni che ne derivano non sia condotta solo ad opera di meritorie avanguardie, ma divenga un ben più vasto impegno civile. Non disperdiamo un prezioso patrimonio di libertà e di tolleranza, guadagnato nel corso della nostra storia. Mancheremmo di rispetto nei confronti di chi, per costruire quel patrimonio, ha saputo battersi con intelligenza, rischiare di persona con coraggio».

==>Ecco le “perle” omofobe di alcuni politici italiani:

Roberto Calderoli (Lega Nord)

La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni. Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni

Non sopporto che, per difendere i loro diritti, gli omosessuali vadano in piazza conciati da checche

Il buon Dio ha fatto Adamo ed Eva e non Adamo e Giuseppe o Eva e Carla, per cui qualunque riconoscimento di famiglia fra Adamo e Giuseppe o tra Eva e Carla e’ un atto contro il buon Dio, contro la natura e soprattutto contro la famiglia, quella vera basata sull’amore e non sul solo rapporto sessuale. Abbiamo rifiutato, come nazione, gli ogm, gli organismi geneticamente modificati, in campo alimentare, ma poi andiamo ad autorizzare gli odg, gli organismi deviati non geneticamente. Vergogna!

E’ incredibile e paradossale che per poter essere tutelati e coccolati da questo governo e da questa Finanziaria ci si debba dichiarare delinquenti, drogati o culattoni, e quindi diversi

Gianfranco Fini (Fli)

Un maestro dichiaratamente omosessuale può fare il maestro? Io dico di no, perché ritengo che non sia educativo nei confronti dei bambini

Giancarlo Genitilini (Lega Nord)

Darò immediatamente disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni. I culattoni devono andare in altri capoluoghi di regione che so che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni o simili

Paola Binetti (Udc)

L’omosessualità è una devianza della personalità. Un comportamento molto diverso dalla norma iscritta in un codice morfologico, genetico, endocrinologico e caratteriologico

Renzo Bossi (Lega Nord)

Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga

Mara Carfagna (Pdl)

Non c’e’ nessuna ragione per la quale lo Stato debba riconoscere le coppie omosessuali, visto che sono costituzionalmente sterili

Rosy Bindi (Pd)

Meglio che un bambino cresca in Africa con la sua tribù che con una coppia di omosessuali

Pier Gianni Prosperini (ex An)

I gay garrotiamoli, ma non con la garrota spagnola, il collare che stringe lentamente la gola. Ma quella indiana degli Apache: cinghia di cuoio legata intorno alle tempie che asciugandosi al sole si stringe ancora

Sui gay bisognerebbe usare il napalm

Alessandra Mussolini (Pdl)

Meglio fascista che frocio

Mirko Tremaglia (Fli)

Povera Europa: i culattoni sono in maggioranza

Silvio Berlusconi (Pdl, Presidente del Consiglio)

I gay sono tutti dall’altra parte

Meglio essere appassionati di belle ragazze che essere gay

Clemente Mastella (ex Ulivo, ex Pdl, Popolari per il Sud)

Se cresce il mio partito non ci saranno né pacs, né pics, né pocs

Le unioni di fatto? Sì al riconoscimento dei diritti per le coppie eterosessuali. Ma il problema sono i gay

Ignazio La Russa (Pdl)

Una cosa sono i diritti individuali, e un’altra è equiparare il matrimonio naturale tra persone di sesso diverso con quello tra persone dello stesso sesso, finalizzato alla procreazione, perché quella è la ragione del fatto che il matrimonio sia protetto dal diritto pubblico: di questo non se ne parla

Rocco Buttiglione (Udc)

Sul piano politico e sociale sono contro ogni discriminazione contro i gay. Ma moralmente penso che [essere gay] sia sbagliato. Come non pagare le tasse

Umberto Bossi (Lega Nord)

Meglio noi del centrodestra che andiamo con le donne, che quelli del centrosinistra che vanno con i culattoni

[Bossi ammette di aver espulso dal partito un ragazzo perchè era:] Un ragazzo per bene ma era omosessuale. Quanti partiti democratici hanno omosessuali dichiarati, cioè donnicciole, nei loro posti chiave? Un omosessuale è persona di tolleranza fragile, instabile

La famiglia eterosessuale va difesa da chi vuole creare una dittatura massonica-comunista mondiale. Se passano le famiglie omosessuali che non hanno figli è necessaria l’immigrazione, e con essa l’ideologia che riesce a scardinare l’identità dei popoli. Se ritorna invece la famiglia eterosessuale, e con essa i figli, vincono i popoli e la democrazia

No alla famiglia omosessuale. Noi tolleriamo la diversità ma non accettiamo la dittatura di un modello sessuale artificiale

Matteo Salvini (Lega Nord)

I trans sono cessi immondi ed aborti della natura

Daniela Santanchè (Pdl)

Sono certa che tutti i genitori italiani sperano di avere figli eterosessuali

Pier Ferdinando Casini (Udc)

Altre forme di convivenza sono di serie B rispetto alla famiglia

Massimo D’Alema (Pd)

No, non sono favorevole al matrimonio tra omosessuali, perché il matrimonio tra un uomo e una donna è il fondamento della famiglia, per la Costituzione. E, per la maggioranza degli italiani, è pure un sacramento

Maurizio Gasparri (Pdl)

E’ indegno che un drappello di ministri partecipi a una manifestazione vergognosa come il gay pride

Carlo Giovanardi (Pdl)

Se uno è omosessuale è affare suo, ma se fa apertamente coming out non è più affare suo, la sua omosessualità diventa un manifesto politico

Il Bunga Bunga va bene, purché sia tra uomo e donna [bunga-bunga significa stupro anale punitivo, nda]

Luca Volontè (Udc)

Disgustoso strumentalizzare da parte di omosessuali politici la morte del ragazzo di Torino per giustificare la massiccia campagna di omosessualizzazione scolastica avviata dall’Arcigay

I fondatori della psicologia moderna descrivono l’omosessualità come patologia clinica

Giulio Andreotti (Udc, Svp e Autonomie)

Se la cosiddetta modernità vuol dire che addirittura si possa legiferare sulle unioni tra persone dello stesso sesso, si è veramente fuori dal giusto. Nel disegno di legge [quello sui Dico che veniva discusso in quei giorni, nda] c’è questo grosso problema: è lì dove si parla delle unioni di fatto tra persone anche dello stesso sesso. Questa cosa non mi va giù

Si andassero a rileggere Dante: i sodomiti nella Divina Commedia finiscono all’inferno. Non c’e’ un quarto girone che si crea per decreto legge

Gabriella Carlucci (Pdl)

Il PDL ed il centrodestra si sono battuti strenuamente per difendere la famiglia fondata sul matrimonio dagli attacchi, provenienti da sinistra, tesi ad un’odiosa equiparazione tra unioni civili e famiglia tradizionale

Condividete questo post! Che tutti sappiano chi votano!

Di Giovanni Ugo.

La penna e il telaio

Pochi avranno la grandezza di trasformare la storia, ma ognuno di noi può adoperarsi per modificarne anche una piccola parte: la storia di questa generazione verrà scritta dalla totalità delle singole azioni, verrà delineata proprio dagli innumerevoli e differenti atti di coraggio e fiducia. Ogni volta che un singolo individuo si schiera per un ideale, o agisce per il bene degli altri, o combatte contro l’ingiustizia, dà vita ad un’onda di speranza, onda che andrà ad incontrare altre onde innalzate da altrettante fonti di convinzione e di forza, creando una corrente che sarà in grado di abbattere le più alte mura di oppressione e opposizione.”

Robert F. Kennedy

Creare un onda per abbattere il sistema delle ingiustizie, creare un onda per dissipare le catene dell’oppressione, questo dovrebbe essere l’obiettivo comune della politica in un mondo dove non vige alcuna legge, se non quella del più forte.
Non intendo chiudere gli occhi di fronte ad un verità cruda e orribile: lo sfruttamento della manodopera minorile.
Non posso. E’ mio dovere morale soffrire il dolore di ogni violenza subita da tutti gli uomini. 
Ogni bambino, in quanto essere umano, ha dei diritti inalienabili, garantiti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dai vari trattati che sono stati stipulati nel tempo. I bambini sono germogli da irrorare con la linfa della vita e il dono della sapienza, in modo che un giorno possano sbocciare tantissimi fiori, dei più bei colori, fino a comporre un armonico mosaico di pace.
Lo sfruttamento del lavoro minorile è una gravissima violazione dei diritti del bambino. In molti paesi del mondo, in particolare asiatici e medio-orientali, i bambini sono costretti a lavorare per più di 14 ore al giorno, senza riposo, con una scarsa nutrizione, sotto l’agonia dei loro aguzzini, sono danneggiati permanentemente sia sotto il profilo fisico, che su quello psicologico/morale.
Per questo tipo di lavoro schiavistico sono utilizzati, esattamente come merce, ragazzi da 15 anni in giù. Se noi ragazzi occidentali abbiamo la fortuna di poter tenere in mano una penna e di studiare, è d’obbligo per noi denunciare con gran voce il mancato rispetto dei nostri diritti, sì nostri, giacchè il fato ci ha concesso la fortuna di vivere in paesi moderni e civili, ma potremmo trovarci tutti in quelle situazioni. Dunque è nostro dovere cambiare il mondo, nostro compito é accrescere quelle onde che romperanno le mura della discriminazione e dell’oppressione, dando un lume di speranza alle anime di migliaia di schiavi bambini che ogni giorno sono bruciati del fuoco dell’avida ingiustizia.
Ancor più triste è il fatto che, se si cerca un colpevole, non c’è che da guardarsi allo specchio. E’ colpa nostra, dell’occidente, dell’Europa e dell’America imperialista, che ha fatto del colonialismo una fonte infinita e perpetua di ricchezza. 
Le multinazionali occidentali hanno spostato stabilimenti in Stati dove le leggi non garantiscono un ben che minimo diritto, a partire dalla sicurezza fino allo sciopero.

In Bangladesh, a Phulbari, nell’agosto 2006, alcune centinaia di persone hanno protestato davanti a una societa’ carbonifera, cercando di occupare la struttura. Gli agenti hanno aperto il fuoco uccidendo almeno sei persone e ferendone circa cinquanta.

In Cina, alla fine di dicembre 2009, sono morti 17 minatori e altri 6 furono dati per scomparsi per poi morire anche loro. Le miniere cinesi si confermano le più pericolose del mondo. Secondo le stime ufficiali, durante il 2009 i minatori morti erano stati 3200.

In stati dove non sono garantite le minime sicurezze, i minimi diritti, il bambino diventa un’appetibile strumento di lavoro, specialmente in stati dove la povertà dilaga e si è in una fase di sviluppo economico, momento in cui i governi diventano spietati mietitori di vite. Un bambino diventa oggetto, manodopera, costa poco, è dominabile facilmente e non si ribella. Ma spesso ci sono stati casi di persone che hanno alzato la testa, uscendo dalla trasparenza delle fabbriche e della massa, dando vita ad un sentimento che l’oppressione cerca di eliminare: la speranza.

Iqbal Masih nacque in un piccolo villaggio rurale nel Pakistan senza poter conoscere il padre, che abbandonò la famiglia alla sua precarietà. La madre di Iqbal lottò per mantenere i suoi figli, lottò per la loro felicità e il loro diritto ad una vita dignitosa, ma purtroppo nulla poteva davanti alla povertà più assoluta. Quando aveva quattro anni, Iqbal è stato venduto per $ 16 al proprietario di una fabbrica di tappeti.
Lavorava 12 ore al giorno, era terribilmente denutrito, viveva sotto la paura del suo padrone. 
Più volte si ribellò, più volte scappò e tante più volte alzava la testa, tante più volte era punito, veniva addirittura chiuso in una costruzione di alluminio che accumulava il calore al suo interno, un forno che cuoceva i dissidenti, coloro che sfidavano il padrone. Più volte venne rinchiuso lì dentro, la chiamava “tomba”, infatti pochi riusciva a sopravvivere al caldo estenuante di quel posto orrendo.
Quando Iqbal aveva nove anni si recò da una locale organizzazione dei diritti del lavoro che lo ha aiutato a fuggire dalla fabbrica. Questi lo portarono in salvo in una scuola, gli diedero una casa e del cibo, ma il giovane operaio non voleva chiudere gli occhi davanti davanti a ciò che aveva subito e ciò che i suoi coetanei avrebbero continuato a subire se non avesse fatto qualcosa. Cominciò a raccontare dei bambini lavoratori al mondo, irrompeva nelle fabbriche a fare fotografie che testimoniavano la presenza di inferni in giro per il Pakistan, iniziò a lottare pacificamente, con la forza della coscienza, della volontà, sfidò l’ingiustizia con un coraggio che ha dell’incredibile.
Era un bambino. Un bambino sindacalista. Un bambino rivoluzionario. Un bambino, solo un bambino.
E quando tutti i bambini hanno iniziato a seguire l’esempio di Iqbal, alzando la testa, muovendo la rivolta, insorsero contro i padroni, troncando l’oppressione. Iqbal liberò personalmente migliaia di bambini, le sue idee portarono la libertà, la speranza, il sogno. Le sue parole infiammavano gli spiriti, ardevano nell’Occidente e bruciavano ovunque l’ingiustizia. Faceva convegni negli Stati Uniti, in Svezia e nell’intera Europa. Insegnava agli adulti come lottare.
Ma non appena la lotta diventò insidiosa fu minacciato, lui e la sua famiglia, dalla cosidetta “mafia dei tappeti”, ma Iqbal non fece un solo passo indietro, anzì iniziò a correre sempre più veloce verso la libertà dei suoi fratelli, di quelle migliaia di bambini schiavi. Nell’aprile del 1995 Iqbal fu ucciso. Ma le sue idee si liberarono nel cielo, come un aquilone stretto nelle mani speranzose degli schiavi bambini. Bambini che dovrebbero portare nelle mani una matita e un libro, bambini che dovrebbero stringere un aquilone, bambini che dovrebbero correre liberi tra i prati e non essere legati ad un telaio, bambini che lo vorrebbero, ma ogni giorno perdono una goccia di speranza in un oceano di dilagante rassegnazione.

Alcune organizzazioni internazionali hanno mappato il fenomeno, arrivando a definire modelli di sfruttamento differenti per le zone:

Asia (60 %), dove in alcuni stati la manodopera minorile è utilizzata come modello produttivo. In India è frequente la schiavitù per debiti, ma anche, come avviene inoltre in Thailandia, Taiwan e Filippine, la prostituzione minorile. Infine un altro modello di sfruttamento minorile è quello dell’impiego dei bambini come soldati, diffuso in Asia (Afghanistan, Myanmar, Sri Lanka e Cambogia), ma in particolare in Africa.

Africa (29 %), qui lavora un bambino su tre. E’ particolarmente diffuso l’impiego di bambini-soldato, specialmente nel centro-sud, dove le guerre civili e le contese tra tribù sono continue (Liberia, Rwanda, Sierra Leone, Sudan, Congo…).

America Latina (8%), anche qui è diffusa la schiavitù per debiti. In maniera meno marcata sono presenti tutti i modelli di sfruttamento, dai bambini soldato (Colombia, Messico, Perù, Paraguay), ai contadini nelle piantagioni brasiliane, fino ai minatori peruviani. Molti bambini sono inoltre impiegati nel narcotraffico e nello sfruttamento sessuale.

Paesi industrializzati (1-2 %), tra prostituzione minorile, attività agricole e tessili ed infine minori nelle forze armate, anche i paesi più ricchi non hanno debellato totalmente il problema. 

Come detto in precedenza, non il problema dell’utilizzo della manodopera minorile non è circoscritto a una una determinata zona e a determinate mansioni, ma interessa gran parte del globo e svariati lavori.

Alcuni anni fa era stata scoperta una fabbrica-lager della multinazionale Nike in Cambogia, dove alcuni giornalisti avevano ripreso eserciti di bambine di età variabili, dai 16 anni ai 10 anni, mentre lavoravano su palloni, scarpe e magliette. Una cosa normale e redditizia per gli avidi politici cambogiani, ma un durissimo colpo per la Nike, che si vide isolata e boicottata dai consumatori “politically correct”. Però laddove si sono ormai insediate multinazionali sfruttatrici, il lavoro, sebbene oppressivo, c’è e garantisce il minimo indispensabile per vivere (o sopravvivere).
Se la Nike avesse chiuso quelle aziende, avrebbe troncato l’80 % delle esportazioni cambogiane e licenziato più di 180 000 operai, fortunatamente è intervenuto il sindacato americano, che riuscì a insediare una sezione estera proprio in Cambogia. Ma il sindacato può qualcosa di fronte a paesi, come Cina, Pakistan, Indonesia, Corea del Sud e Colombia, dove ogni anno vengono assassinati, feriti o arrestati migliaia di sindacalisti?
L’attivismo in queste desolate aree del mondo è un affare per uomini incorruttibili, forti, in pratica per coloro che hanno una S di superman sul petto. Ebbene, non sono molti, ma quei supereroi fanno un lavoro enorme, basti pensare che Kailash Satyarthi, attivista indiano, ha liberato personalmente più di 40 000 bambini e donne dal lavoro coatto. 
Egli è a capo della “South Asian Coalition on Child Servitude”, un ente che unisce istituzioni nazionali, internazionali e organizzazioni non governative con lo scopo di far pressioni sul governo, sulle industrie e sugli importatori, affinchè cessi lo sfruttamento della manodopera illegale.
E’ riuscito a riunire oltre 10 000 organizzazioni non governative sotto la Global March Against Child Labor e per il suo grande lavoro, sebbene sia appena all’inizio, è stato insignito nei “12 nuovi eroi del mondo” dalla Skoll Foundation USA.
Le tecniche di lotta predilette da Kailash sono l’educazione dei consumatori e le trattative con i governi. Al contrario non ritiene il boicottaggio un efficace strumento, poichè porterebbe ad una crisi economica in India, dove il commercio internazionale di tappeti e di vestiario fattura ogni anno ingenti capitali e permette il sostentamente di migliaia di lavoratori. Tuttavia l’incremento delle esportazioni verificatosi negli ultimi anni ha corrisposto un’incremento del numero di bambini schiavi in India, Nepal e Pakistan. Qui i numeri si aggirano tra i 300 000 bambini solo per l’industria tessile, con un fatturato di 600 milioni di dollari. Un decennio fa il numero dei bambini-operai era quasi la metà e il fatturato era di soli 100 milioni di dollari.
La sensibilizzazione ha ottenuto notevoli risultati, ponendo il problema dello sfruttamento della manodopera minorile tra le prime campagne mondiali.

Noi occidentali vestiamo il frutto del lavoro coatto di bambini sfruttati e abbiamo la libertà di portare una penna in mano, sebbene molti di noi preferiscano farsi gli affari propri e vivere nell’indifferenza.
La strada verso la libertà delle masse è ancora lunga e tortuosa, ma forse un giorno potremo danzare tutti di fronte al sol dell’avvenir, per il quale ogni partigiano diede la vita.
Concludo citando un eroe assassinato recentemente, Vittorio Arrigoni.

Nonostante tutto, restiamo umani.

Matteo Piras 

25 aprile, festa della Resistenza.

Calpestato, umiliato, deriso, distrutto, abbandonato. Oggi “questo è il fiore del partigiano, morto per la libertà”. Un 25 aprile che vede (come sempre) il Presidente del Consiglio non partecipare a nessuna iniziativa per il ricordo dei caduti e per la loro commemorazione. Un esponente del Governo che cerca di eliminare il divieto di ricostituzione del partito fascista. Un Paese con gruppi neo-fascisti sempre più grandi e numerosi. Un’ignoranza abissale che continua a farci vivere nel regimetto berlusconiano.

Per ricordare, per festeggiare, ecco l’inno della Resistenza:
“Una mattina mi son svegliato
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.

O partigiano portami via
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
o partigiano portami via
che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e se io muoio da partigiano
tu mi devi seppellir

Seppellire lassù in montagna
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
Seppellire lassù in montagna
sotto l’ombra di un bel fior

E le genti che passeranno
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno
mi diranno che bel fior

Questo è il fiore del partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà”

E un grido: ORA E SEMPRE, RESISTENZA! Facciamo risbocciare il fiore della libertà.

Di Giovanni Ugo.

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