Io diffamo, tu diffami, egli diffama.

 

Ormai il mondo ha superato le impiccagioni, i roghi e le fucilazioni di piazza. Per uccidere qualcuno, qualcuno di scomodo, basta diffamarlo. E i berluscones, guidati dal supremo maestro Vittorio Feltri, direttore del Giornale, non perdono occasione per dimostrarci la loro bravura.

Vediamo tre recenti casi eclatanti dove i diffamati non sono i soliti comunisti ma un direttore di giornale, una leader degli industriali e un Presidente della Camera.

Dino Boffo, classe 1952, era direttore dell’Avvenire. Era. Dopo alcuni suoi editoriali nei quali si diceva, a nome suo e del mondo cattolico sia ecclesiastico che laico, di trovarsi a disagio di fronte alla scombinata vita sessuale del premier (dallo scandalo delle escort alla minorenne Noemi Letizia di “papi”) Vittorio Feltri, giornalista d’onore, il 28 agosto 2009 pubblica a pagina 3 del suo Giornale un lungo articolo, che titola così: “Il supermoralista condannato per molestie/ Dino Boffo, alla guida del giornale dei vescovi italiani e impegnato nell’accesa campagna stampa contro i peccati del premier, intimidiva la moglie dell’uomo con il quale aveva una relazione”. Tutte le incredibili “rivelazioni” si basano su “una nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore disposto dal Gip del tribunale di Terni il 9 agosto del 2004”. Dopo Giuseppe D’avanzo e altri giornalisti, lo stesso procuratore di Terni accerterà ufficialmente che “la nota informativa non è agli atti e che in nessun documento del processo si fa riferimento alla presunta “omosessualità” di Boffo “. Quindi la “velina” dell’omosessualità era solo un modo per diffamare un direttore che rischiava di far incrinare i rapporti con il mondo cattolico per la questione della discussa moralità del premier. Il 2 settembre Boffo si dimette, dopo aver spiegato che dentro questa “bufera gigantesca” creata da una campagna stampa che “ha violentato me e la mia famiglia”, non riusciva più a resistere.

Missione compiuta.

Il 15 settembre dell’anno corrente il Corriere ha pubblicato un’intervista a Emma Marcegaglia un po’ critica nei confronti del Governo; il titolo era “La maggioranza non c’è più”. Parte immediata l’offensiva del “velinoso” Giornale. “Adesso ci divertiamo per venti giorni, romperemo il cazzo alla Marcegaglia come pochi al mondo” e “abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova”, sono due frasi intercettate dai pm Vincenzo Piscitelli e John Woodstock che hanno scritto nel registro degli indagati Alessandro Sallusti (direttore del Giornale) e Nicola Porro, vicedirettore che, nelle telefonate sopracitate parlava con Rinaldo Apisella, responsabile dei rapporti con la stampa della Presidente di Confindustria. Le telefonate sono chiaramente rivolte a preparare un dossier contro la Marcegaglia perchè critica con il Governo. Fortunatamente Emma, granitica, incasserà la solidarietà di Fini (anche lui in quei giorni in pieno fuoco amico) e dichiarerà: “Continuerò come prima a guidare Confindustria, senza paura a esprimere timori, le istanze degli imprenditori in un momento dove serve unità e coraggio”.

Missione tentata.

Quest’ultimo episodio è una cosa seria. Visto la pericolosità del soggetto, Gianfranco Fini, presidente della Camera e cofondatore del Pdl, e visto il suo atteggiamento ultimamente molto critico contro il Governo, per diffamarlo ci si mettono in due: il solito Giornale e il neo-diffamatore Libero diretto da Maurizio Belpietro. Il 28 luglio, in seguito alla “ribellione” di Fini e dei finiani, il Giornale titola “Fini, la compagna, il cognato e la strana casa a Montecarlo”. A ruota seguono anche le inchieste di Libero, identiche nei toni e nelle modalità a quelle del Giornale. Secondo i suoi segugi infatti, la casa donata ad An dalla contessa Anna Maria Colleoni, poi occupata dal fratello della compagna di Fini, Luciano Gaucci, era stata venduta ad una società off-shore con sede nelle Antille. Il nodo centrale della denuncia era il prezzo, secondo loro, inferiore al valore di mercato. Accusa totalmente smentita dalle rogatorie arrivate ai pm dal Principato di Monaco. Beh, se nelle società off-shore Il Giornale sente puzza di truffa, potrebbe pubblicare pagine e pagine sul nostro Presidente del Consiglio, che ne possiede ben 64, perchè il Giornale non fa una mega inchiesta anche su di lui? Mah, saranno ragioni editoriali. Comunque la versione di Fini, che aveva smentito da subito tutte le accuse , viene confermata dalla Procura  che proprio in questi giorni ha richiesto l’archiviazione del caso per “difetto assoluto elementi costitutivi di reato”: non è stato fatto alcun reato, Fini è innocente.

Missione fallita.

Questi ultimi tre casi, sono emblematici perchè ci mostrano nei suoi aspetti peggiori la malattia degenerativa della tecnica del dossieraggio mediatico berlusconiano: non basta più distruggere, isolare, diffamare e insultare i Santoro, i Travaglio, i Luttazzi, le Gabanelli e le Guzzanti. Ora nessuno deve più dissentire minimamente dal Capo, nemmeno gli amici. E se lo fanno, “tagliatele la testa”.

Questa è la svolta autoritaria di B., che non è Mussolini, ma quasi peggio. Perchè B. non ha i gruppi di camicie nere che vanno a prendere i “comunisti” casa per casa, ma ha schiere di giornalisti-servi pronti a inventarsi di tutto pur di annientare gli avversari. Killer subdoli che hanno cartucce non di piombo ma di dossier e documenti falsi, non pugnali, ma parole taglienti e faziose.

Resta solo una domanda. Chi sarà il prossimo? E quanto resisterà?

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  1. E la cosa triste è che l’itslisno medio sguazza nel gossip, e perde di vista le cose importanti.
    Ma già il risultato che ci ha regalato questo governo, tra ministre aspiranti velime e altro, ne è un esempio.

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