Individuo, comunità, potere

“L’industrializzazione ha distrutto il villaggio, e l’uomo, che viveva in comunità è diventato folla solitaria nelle megalopoli. La televisione ha ricostruito il “villaggio globale”, ma non c’è il dialogo corale al quale tutti partecipavano nel borgo attorno al castello o alla pieve. Ed è cosa molto diversa guardare i fatti del mondo passivamente, o partecipare ai fatti della comunità”

G. Tamburrano, il cittadino e il potere, in “In nome del padre”, Bari, 1983

Riflettiamo su queste poche righe, poche righe ma piene di concetti interessanti e spunti per molte più che una sola riflessione. Vorrei partire presentando una triade di termini connessi tra loro che ritengo facciano da cornice a tutto il pezzo: individuo, comunità e potere. Aggiungo i sinonimi: cittadino o uomo, villaggio o società, sistema o autorità. Quelle che ora potrei dunque chiamare tre categorie sono connesse in primo luogo perchè l’individuo, per forza o per volontà, si è unito in comunuità ma per farlo si è dovuto istituire un potere. I rapporti all’interno di questa semplice serie di conseguenze sono mutati nel tempo, influenzandosi a vicenda al variare ponti tra le categorie, dalla natura delle stesse e dai fatti storici. Cercherò di chiarire quanto ho appena scritto.

Dalle parole dell’autore, riferite agli ultimi due secoli e in maniera più intensa al periodo passato dalla nascita (e diffusione) della televisione, traspare una critica all’attuale stato dei rapporti. Tamburrano sostiene che il ponte tra l’individuo e la comunità, la televisione appunto, li ha allontanati, impedendo di fatto al primo di “PARTECIPARE ai fatti” della seconda. Sono d’accordo, e aggiungo che ciò ha permesso che il potere uscisse dal “dialogo corale” proprio per la scomparsa del dialogo (o il suo spostamento altrove). A distanza di ventisette anni dalla scrittura del pezzo, mi permetto di aggiornarlo un pò, inserendo la novità dell’era informatica: l’avvento del web. Questo, che è un fatto storico, ha creato un nuovo ponte che ad oggi permette a praticamente tutti gli uomini di creare, accedere e partecipare a sempre più dialoghi (i blog), nuove comunità (i social network) e quindi per diventare parte attiva del “villaggio globale”. In realtà, credo io, si tratta di una mera illusione, quasi uno spechietto per le allodole, perchè in tutto ciò l’autorità continua ad infischiarsene e ad allontanarsi progressivamente dalle altre due categorie. Infatti, il carattere dell’uomo come “folla solitaria” si è forse addirittura accentuato.

Ora la megalopoli oltre ad essere fisica, con milioni di volti che non solo altro che burattini persi nella frenesia del lavoro e nel pericolo di non arrivare a fine mese (figuriamoci se si interessano di qualsivoglia fatto della comunità), è anche digitale. E in quest’ultima la storia si ripete: ognuno è un’identità digitale (per giunta con valore economico), un singolo davanti al piccì che va a costituire una folla fatta comunque di solitari bloccati negli standars che li riducono a tessere tutte uguali di un puzzle piatto, facile per il potere da ammaestrare. Si, tutti dicono tutto su tutti, tutti possono informarsi e vedere i fatti della comunità ma quando è opra di partecipare ad essi, di viverli e di camvbiarli, ormai i rapporti tra le tre categorie ci costringono con le mani quasi legate. Ciò che prima era nelle pieve, ora è nelle aule parlamentari, nelle sale dei consigli, a roma, Bruxelles o addirittura New York. Ciò che prima mi produceva il vicino di casa, ora lo fa qualcuno in cina (forse un bambino) e così se non ne sono soffisfatto, non potrò bussargli alla porta e portargli la mia critica. In ogni caso, se mi fosse chiesto “ma c’è soluzione?”, io, da giovane otimista che sono, risponderei di sì. Di partire da chi mi sta intorno, da ciò che posso inluienzare veramente, per poter lasciare il mondo un pò migliore di come l’abbiamo trovato.

MM

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    • Leonardo De Feo
    • 12 gennaio 2011

    “Di partire da chi mi sta intorno […]”.
    E’ la stessa idea che sta nella mia mente. E’ possibile cambiare le cose? Sì, ma bisogna volerlo veramente, e per volerlo veramente bisogna fare dei sacrifici, applicandosi e non soltanto stando a fantasticare. E non sono infelice perchè devo sacrificare una parte di me, d’altronde l’ottenere qualcosa per mezzo di un sacrificio proprio è sempre più gratificante per la mente rispetto all’essere passivo.
    Per cambiare i fatti bisogna inziare dalle radici, partendo dalla più piccola e fine di queste, andando così, sempre di più ad inondare il resto del busto.
    La storia e gli storici ci insegnano che senza “radici” la “pianta” non sta in piedi. Perciò nulla è inutile.

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