Un mondo, un sogno…o forse no.

Non siamo nella Germania nazista, nemmeno nella Russia sovietica, ma nella Cina comunista, dove il cosiddetto esercito proletario che manda avanti “la fabbrica del mondo” vive in schiavitù! Per confezionare un paio di Timberland, vendute in Europa a 150 euro, nella città di Zhongshan un ragazzo di 14 anni guadagna 45 centesimi di euro. Lavora 16 ore al giorno, dorme in fabbrica, non ha ferie né assicurazione malattia, rischia l’intossicazione e vive sotto l’oppressione di padroni-aguzzini. Per fabbricare un paio di scarpe da jogging Puma una cinese riceve 90 centesimi di euro: il prezzo in Europa è 178 euro per il modello con il logo della Ferrari. Nella fabbrica-lager che produce per la Puma i ritmi di lavoro sono così intensi che i lavoratori hanno le mani penosamente deformate dallo sforzo continuo.
I “problemi relativi alle condizioni di lavoro” però non sono emersi durante le regolari ispezioni che la Timberland fa alle sue fabbriche cinesi (due volte l’anno), né risultano dai rapporti del suo rappresentante permanente nell’azienda. Sono state necessarie le testimonianze disperate che gli operai hanno confidato agli attivisti umanitari, rischiando il licenziamento e la perdita del salario se le loro identità vengono scoperte. “In ogni reparto lavorano ragazzi tra i 14 e i 16 anni”, dicono le testimonianze interne: uno sfruttamento di minori che in teoria la Cina ha messo fuorilegge. La giornata di lavoro inizia alle 7.30 e finisce alle 21 con due pause per pranzo e cena, ma oltre l’orario ufficiale gli straordinari sono obbligatori.

E cosa succede a chi si ribella? Agli oppositori politici?

LAOGAI!

Quello che conosciamo delle condizioni di vita nei laogai proviene quasi esclusivamente da detenuti fuggiti o scarcerati e rifugiatisi all’estero. Fra le testimonianze che descrivono i laogai in modo più critico, paragonandoli ai gulag e ai lager, ci sono The thirty-sixth way (1969), Prisoner of Mao (1973), Red in tooth and claw (1994) e Zuppa d’erba (1996). Alcuni temi ricorrenti in queste opere sono:

  • descrizioni di lavoro forzato a ritmi disumani (fino a 18 ore al giorno, con l’obbligo di rispettare determinate quote produttive);
  • uso della denutrizione e della tortura come sistemi punitivi e coercitivi;
  • sedute periodiche di “critica” e “autocritica”, in cui i detenuti si accusano a vicenda, o si auto-accusano, di comportamenti criminali, a scopo rieducativo;

L’insieme di questi elementi configura anche un contesto generale di violenza fisica e psicologica coordinate che corrispondono al concetto di lavaggio del cervello.

di Matteo Piras

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    • Giovanni Ugo
    • 4 marzo 2011

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