La riforma dei giudici.

Riforma, riforma, la parola che è diventata mantra della politica italiana da quasi vent’anni a questa parte è tornata ostinatamente a ronzare nelle orecchie degli italiani in questi ultimi giorni. E per una cosa estremamente importante, la Giustizia. A sentire il Premier e il suo compare Angelino Alfano, che della Giustizia è pure il Ministro, sembrerebbe una cosa grandiosa. Ma prima di iniziare a raccontare le eroiche imprese del duetto delle Giuste meraviglie, ecco una piccola parentesi, per toglierci un sassolino dalla scarpa e un pesetto dalla coscienza: il nostro ministro è infatti protagonista di un ambiguo episodio nel lontano 1996, la partecipazione al matrimonio della figlia di Croce Napoli, boss mafioso palermitano morto nel 2001; molto più grave, secondo il pentito Ignazio Gagliardo, Al Fano (Travaglio dixit) «sputa nel piatto in cui ha mangiato», perché «ora disprezza la mafia, ma ci chiese voti». Su che tipo di persona, pardòn, di imputato, sia Berlusconi, invece, ne sappiamo già abbastanza.

Tornando alla riforma costituzionale, «che porterà cambiamenti epocali», Berlusconi ha annunciato in un messaggio ai Promotori della Libertà: «Il grande Alexis de Toqueville diceva: ‘Tra tutte le dittature la peggiore è quella dei giudici’. Ecco con questa riforma noi cercheremo di evitare che questo ci accada», ha detto che dal ’94 «la volontà era quella di mettere mano a una riforma della giustizia ma i nostri sforzi sono stati puntualmente vanificati perché una componente della maggioranza, Fini e i suoi, sono rimasti giustizialisti e statalisti e si sono messi sempre di traverso in accordo esplicito delle correnti di sinistra della magistratura». Il Premier ha poi proseguito con un piccolo avvertimento-minaccia alla sinistra, «sono convinto che il testo che presentiamo al Parlamento sia un testo molto equilibrato, che metterà alla prova l’effettiva credibilità della sinistra e la sua disponibilità al dialogo» ed una minaccia vera e propria, più esplicita e autoritaria, verso i suoi, contro il rischio distacco, «chi questa volta si tirerà indietro non avrà nessuna giustificazione». «Non è una legge ad personam», ha sottolineato più volte il Premier, concludendo in bellezza con qualche auto-elogio: «sono coraggioso, temerario forse anche un po’ eroico e matto».

Il simpatico Premier pazzerello la ha, appunto, definita “epocale”. Ma qualcun altro, precisamente il giornalista Marco Travaglio, l’ha contraddetto così, nella sua rubrica settimanale Carta Canta, sull’Espresso:
“Sono 17 anni che si annuncia la ‘grande riforma della giustizia’. Ora, bontà sua, Silvio Berlusconi ne minaccia una ‘epocale’. Purtroppo si tratta dell’ennesima riforma non della giustizia, ma dei giudici: stravolgerà i capisaldi costituzionali dell’indipendenza della magistratura, dell’unicità delle carriere, dell’obbligatorietà dell’azione penale, dell’autogoverno del Csm.
Ma, se mai entrerà in vigore, non accorcerà di un nanosecondo la durata dei processi, universalmente nota come la prima piaga della giustizia italiana: perché non sfiora neppure i meccanismi farraginosi della procedura penale, ma investe soltanto gli assetti della magistratura. Quanto alla sua prodigiosa ‘epocalità’, vien da sorridere, visto che il progetto Berlusconi-Alfano sa di muffa, essendo copiato per metà dal ‘Piano di rinascita democratica’ piduista di Licio Gelli (1976) e per metà dalla bozza Boato della Bicamerale D’Alema (1998).
A giudicare dall’attesa spasmodica seguita all’annuncio-minaccia del premier e del Guardasigilli ad personam, si direbbe che la giustizia italiana soffra di penuria di riforme. Balle: ne ha avute fin troppe.”

“Infatti sono state 200 le leggi approvate in materia penale dal 1994”, quasi tutte scritte per abbreviare i processi, che quasi tutte hanno vieppiù allungato. E visto che sembra che nemmeno questa volta le cose saranno diverse, ecco, nei suoi punti principali, la riforma costituzionale che, sempre secondo Travaglio, «porta il sistema, porta l’Italia a una dittatura, a un modello fascista, quello in cui è il governo a controllare l’azione penale, a dare le direttive alle procure su quali reati perseguire e quali tralasciare»:

Separazione delle carriere. Il “cardine” della riforma, secondo il ministro Alfano. Ora è possibile il cambio da giudice a pm e viceversa, ma solo spostandosi da un distretto giudiziario ad un altro. In futuro invece, secondo la riforma, le carriere di giudici e pm saranno separate e non saranno più possibili cambi. Con l’aiuto del blog Toghe Rotte, del magistrato Bruno Tinti, cerco di chiarirvi alcuni punti fondamentali per capire qual è lo sbaglio di fondo, dovuto spesso all’ignoranza dei “non addetti ai lavori”, nell’idea di separazione delle carriere:
“Cosa fa il PM? Riceve le denunce (dei privati e della polizia), raccoglie gli elementi di prova che gli sono forniti dai denuncianti; delega alla polizia, quando lo ritiene necessario, di raccogliere altri elementi di prova, impartendo istruzioni (per esempio: andate a cercare il marito della signora che abita al piano terra dell’alloggio dove è avvenuto il furto, ricordate? E chiedetegli etc. etc.); raccoglie lui stesso altri elementi di prova se lo ritiene necessario (per esempio, interroga lui stesso il marito della signora etc. etc.). Quando ha finito, nel senso che gli sembra che ha fatto tutto il possibile per raccogliere gli elementi di prova necessari per accertare quello che è successo, compie una valutazione: questi elementi di prova mi convincono che l’imputato (che in realtà in questa fase si chiama indagato, sia mai che qualcuno mi contesti l’imprecisione) è innocente; oppure, mi convincono che è colpevole. Nel primo caso decide di chiedere al GIP di archiviare o pronunciare sentenza di non doversi procedere (processualmente ci sono differenze ma qui non ci interessano). Nel secondo caso decide di rinviare a giudizio l’indagato avanti al Tribunale (oppure, in certi casi, davanti al GIP che deciderà se rinviarlo a giudizio oppure no; trattasi di un ulteriore filtro a garanzia dell’imputato).
Cosa fa il giudice quando il PM ha deciso di mandare l’imputato davanti a lui perché gli si faccia il processo? Esamina tutti gli elementi di prova raccolti dal PM e gli altri che la difesa eventualmente produce (probabilmente alcuni sono stati già prodotti prima, altri lo saranno solo in questo momento). Se non gli bastano e pensa che sia necessario acquisire altri elementi, dispone che vengano acquisiti. Dopodiché si trova esattamente nella stessa situazione in cui si è trovato il PM alla fine delle indagini: deve compiere una valutazione; queste prove mi convincono che l’imputato è innocente; oppure mi convincono che è colpevole; ed emette la sentenza del caso.
Differenze. Qual è dunque la differenza professionale tra PM e giudice? Io non riesco proprio a vederla. E’ naturale che il PM che si è convinto, alla fine delle indagini, che l’imputato è colpevole, sosterrà questa tesi al dibattimento (sempre che non arrivino nuove prove che lo convincano che invece è innocente, nel qual caso chiederà l’assoluzione). Così come è naturale che il giudice che si è convinto, alla fine del dibattimento, che l’imputato è colpevole, scriverà una sentenza di condanna in cui accuserà l’imputato (sempreché non si convinca che invece è innocente, nel qual caso scriverà una sentenza di assoluzione). Non si tratta proprio dello stesso lavoro?”

Filippo Facci ha invece sostenuto la separazione delle carriere in un’intervista-confronto con Marco Travaglio nell’edizione del Tg di La7 del 10 marzo scorso. Spiega Facci, che «la separazione delle carriere c’è in tutto l’Occidente, è chiaro che un pm non può essere giudicato da un collega». E con questo veniamo ad un altro dei punti fondamentali della convinzione di Berlusconi, del suo “Guardasigilli ad personam” (Travglio dixit), dei suoi servi e dei suoi giornali di partito. La tesi che se le due carriere fossero unite, i giudici tenderebbero certamente a favorire i colleghi, ovvero “l’accusa” che comunque, come abbiamo visto, non accusa, ma cerca la verità. Perché non è così, ce lo spiega meglio, ancora Tinti:
“Amicizia. Alcuni hanno rilevato che è il rapporto di amicizia che lega due persone che appartengono alla stessa carriera che non va bene; perché il giudice sarà portato a privilegiare le tesi del PM suo collega più di quelle dell’avvocato.
Devo dire che trovo questo argomento un po’ irritante: in realtà chi lo propone è qualcuno che, evidentemente, pensa che sia normale agire in questo modo, tradendo il proprio dovere; forse lui, in questa situazione, farebbe proprio così. Ma in realtà nelle aule giudiziarie non va affatto in questo modo; anzi spesso succede il contrario. Un po’ perché il giudice sa che questo sospetto aleggia su di lui, e quindi è particolarmente attento e severo nei confronti del PM; un po’ perché, tra colleghi, c’è sempre una forte rivalità professionale: ‘sarai mica tu che mi vieni a spiegare quello che devo fare?’ In tanti anni io ho dovuto spessissimo combattere le mie più aspre battaglie giudiziarie con i giudici più che con le difese. Ma poi, se questo argomento fosse fondato, quante carriere dovremmo separare? I giudici di appello, quelli che decidono se confermare o cassare le sentenze emesse dai giudici di tribunale, sono stati, magari fino al giorno prima, giudici di tribunale anche loro. Magari hanno lavorato nella stessa sezione del tribunale che ha emesso la sentenza che debbono riformare o confermare; magari sono proprio amici dei giudici che l’hanno scritta, ci hanno lavorato fianco a fianco per anni. Che si fa, carriere separate per giudici di tribunale e giudici di appello? E poi, e i giudici di cassazione? Anche loro provengono dai tribunali e dalle corti di appello di tutta Italia; magari conoscono benissimo il collega che ha scritto la sentenza che dovranno riformare, rilevando (che è una cosa seccante per un giudice) errori di diritto. Che si fa? Carriere separate anche per i giudici della cassazione? Che nessuno abbia mai pensato a soluzioni del genere dimostra che, evidentemente, la molto pubblicizzata separazione delle carriere tra PM e giudici ha finalità inconfessabili, ben diverse da quelle sbandierate.”

Infine, un’altra questione importante che la riforma andrebbe ad intaccare: la preparazione professionale dei magistrati. Lo spiega Travaglio, nella sopracitata intervista a La7, così: «Separazione delle carriere, il risultato qual è? E’ che il pm non potrà fare prima un’esperienza da giudice e quindi sarà molto meno equilibrato, meno equo e molto più “giustizialista”. Ci conviene? No.».

Doppio CSM. Su due fronti, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, sembra disastroso. Il primo: i costi. Anche se il deputato Pdl Maurizio Paniz è convinto che il tutto «è a costo zero, assolutamente», ci spiega Piergiorgio Morosini, segretario di Magistratura democratica che «una nuova struttura da edificare significa costi aggiuntivi perché determinate commissioni si devono riprodurre, determinate competenze sono previste sia per i giudici sia per i pubblici ministeri, vanno costruiti nuovi organigrammi. E questo porta non dico a un raddoppio secco ma a un ampliamento significativo dei costi». Oggi, un solo Csm ci costa almeno 26 milioni di euro, che arriveranno prima del 2013 ad almeno 35. Visto che gli organi diventeranno tre (Csm giudici, Csm pm una nuova Corte di disciplina), «i costi se non saranno triplicati saranno quantomeno raddoppiati di sicuro», fa notare Donatella Ferranti, capogruppo Pd in commissione Giustizia. Conclude Morosini: «questa riforma impone costi aggiuntivi assolutamente negativi per il bilancio della giustizia, già decurtato progressivamente negli ultimi tre anni». In conclusione infatti «da un lato si annuncia l’austerity, dall’altro si annunciano misure in controtendenza con l’esigenza di ottimizzare le risorse».

Il secondo fronte di scontro su questo punto della riforma, più grave forse dei costi, è incentrato su chi debbano essere i componenti dei Csm e della Corte di disciplina. Adesso, i componenti sono per due terzi magistrati e per un terzo “laici”, ovvero politici eletti dal Parlamento. Con la riforma, sia nei due Csm sia nella Corte di disciplina, diventeranno metà “togati” e metà “laici” (inoltre, come fa notare Eugenio Scalfari su La Repubblica, i laici saranno eletti dal Parlamento, a maggioranza semplice, facendo si che non possano essere eletti rappresentanti dell’opposizione), staranno in carica 4 anni e non potranno essere ricandidati. Osserva Travaglio: «così la politica potrà mettere le mani sui magistrati più liberi e più pericolosi per il potere, cioè più utili per i cittadini. Ci conviene? No.».

Inappellabilità sentenze di assoluzione. Avevano già tentato di introdurla con la cosiddetta “legge Pecorella”, poi giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 26 del 6 febbraio 2007. Uno dei maggiori giuristi italiani, Franco Cordero, si oppose allora alla disastrosa legge Pecorella e torna oggi in prima linea contro la riforma costituzionale di Alfano. Scrive Cordero su La Repubblica:
“Infine, riappare un’idea graziosamente asinina, già liquidata dalla Consulta (6 febbraio 2007 n. 26): che il proscioglimento non sia più appellabile dal pubblico ministero. Qualcuno invoca esempi anglosassoni, non vedendo l’enorme differenza: i verdetti delle giurie non sono mai appellabili, da nessuna delle parti, assolvano o condannino, perché quel consesso a dodici teste sostituisce antichi giuramenti purgatori, ordalie, duelli ossia decisioni a fondamento non razionale (tale era anche il vere dictum, prodotto d’ empatia comunitaria); l’ appello, strumento romano, mira al rifacimento critico; e se la condanna è appellabile, deve esserlo anche il proscioglimento, avendo due facce l’ errore possibile; i contraddittori stanno su piedi diseguali quando uno perda il rimedio concesso all’avversario. Lo vieta l’art. 111 Cost. né basta immettervi una deroga: vi osta l’ art. 3, implicante simmetrie fondamentali; e toccare l’ art. 3 (siamo eguali davanti alla legge, con i sottintesi sviscerati dalla Corte) non è più revisione costituzionale; sarebbe il collasso dell’ordinamento e salto indietro al potere arbitrario d’ un dominante.”

Polizia giudiziaria. Anche la modifica dell’articolo 109 della Costituzione, titolo IV (la Magistratura) ha suscitato repliche indignate da parte di moltissimi magistrati, che hanno trovato conferme, tra l’altro, nella proclamazione dello stato di agitazione da parte dell’Associazione nazionale magistrati. L’articolo in questione sarà cambiato da “L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria” a “Il giudice e il pubblico ministero dispongono della polizia giudiziaria secondo le modalità stabilite dalla legge (ordinaria)”. Tra tutte, spicca la voce del procuratore antimafia Antonio Ingoria, che ha parlato della riforma in un’intervista pubblicata sull’Espresso: «il parziale svincolamento della polizia giudiziaria dal pubblico ministero, che non avrà più la direzione e il controllo delle indagini: se questo avviene si sposta il baricentro ancora una volta verso la politica, sottraendo il controllo ad un potere autonomo.». E Cordero, sempre sulla Repubblica, nell’articolo La giustizia secondo il re dei caimani, ne parla così:
“Secondo colpo letale. I magistrati requirenti dispongono ‘direttamente della polizia giudiziaria’ (art. 109 Cost.): nel sistema perverso che B. spaccia come ‘riforma epocale’, perdono la guida del caso, ridotti a organi d’ un lavoro grafico o vocale sui materiali ricevuti; li fornisce una polizia ubbidiente ai superiori anche nei passi investiganti; e diventano possibili interferenze da strateghi occulti.”
Se infatti la Polizia, i Carabinieri e la Guardia di Finanza che dipendono dal Governo, non hanno le “spalle coperte” da almeno un magistrato, sarà praticamente impossibile che svolgano indagini autonome, magari con il rischio di beccarsi qualche “seccatura” seria.

Responsabilità civile dei magistrati. Sono 5 righe che hanno fatto e che faranno discutere, quelle che andranno ad aggiungersi come “Sezione II – bis” all’articolo 113 della nostra Costituzione:
“I magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato. La legge espressamente disciplina la responsabilità
civile dei magistrati per i casi di ingiusta detenzione e di altra indebita limitazione della libertà personale. La responsabilità civile dei magistrati si estende allo Stato”.

Prima di qualunque altra considerazione, sullo scopo del testo, sorge una domanda: i magistrati italiani sono davvero così impreparati, così negligenti, così cialtroni e così faziosi che sbagliano sempre e perseguitano di continuo senza motivo i poveri cittadini onesti, da far diventare strettamente necessaria un’aggiunta alla giurisdizione per “perseguirli” ulteriormente? La risposta è semplice: assolutamente no. Si pensi solo che negli ultimi dieci anni solo l’1,3% dei magistrati è stato rimosso per gravi illeciti disciplinari e che negli ultimi tre anni, è toccato solo a 7 magistrati.

Dunque non ce ne sarebbe così bisogno, e considerando i problemi che sto per illustrarvi, proprio non dovrebbe esserci. Scrive su La Stampa Paolo Festuccia:
“Fuori dal ‘giuridichese’ significa che «con questa riforma – annota il presidente dell’Anm, Luca Palamara – si passa dal principio di responsabilità indiretta a quello di responsabilità diretta». Come dire, oggi nel caso di gravi colpe o dolo, del magistrato il cittadino intenta causa allo Stato (che poi, eventualmente cita in giudizio il giudice); quando, invece, il disegno di legge costituzionale approvato ieri dal consiglio dei ministri diverrà legge a tutti gli effetti potrà chiamare in giudizio direttamente il giudice. «E questo significherà – sottolinea l’ex consigliere del Csm, Giuseppe Maria Berruti – che ogni persona che perderà una causa, e ciascuno crede di averla persa ingiustamente, potrà fare causa al suo giudice». Con un primo risultato: altri processi e indennizzi. Già, oggi le richieste «per colpa o ingiusta detenzione sono migliaia, figuriamoci se la riforma dovesse parlare»: 1382 denunce solo lo scorso anno, mentre negli ultimi dieci anni lo Stato ha sborsato circa 400 milioni di euro.
Del resto le cifre non impiegano molto a lievitare: 235,83 euro per ogni giorno di reclusione ingiusta (117,91 in caso di arresti domiciliari) con un tetto massimo di risarcimento di 516mila di euro e spicci. Si pensi, che le richieste viaggiano al ritmo di oltre mille l’anno e più o meno 500 sono quelle che giacciono solo sul tavolo della Corte d’appello di Napoli. Senza poi tener conto di quelle intentate ai sensi della ‘Legge Pinto’ sulla ragionevole durata dei processi (al dicembre scorso 475 casi giacevano alla Corte Europea): migliaia per ogni Corte d’appello con risarcimenti milionari attraverso il ministero dell’Economia.”

Una spesa del tutto inutile quindi, visto anche che questa modifica non servirà ad altro che a rallentare e paralizzare il sistema, già ad oggi del tutto inefficiente. Forse, però, Luca Palamara il Presidente dell’Anm, una motivazione “a sostegno” della riforma è riuscito a trovarla. Afferma infatti che la riforma «colpendo sulla responsabilità civile altro non fa che tentare di mettere in ginocchio l’autonomia dei magistrati. Nel processo ci sono sempre diverse parti e una di queste sarà sempre scontenta della decisione presa dal giudice ed agirà nei confronti di questo. Ciò potrebbe portare il giudice ad una decisione diversa da quella che avrebbe preso altrimenti». Lo spiega anche Cosimo Fermi, segretario di Magistrature democratica: «perché se il giudice è colpito da azioni strumentali che tendono a indebolirlo, ciò comporta a un inevitabile indebolimento. Lo si rende vulnerabile, e sottoposto costantemente ai condizionamenti del ricatto psicologico. E’ chiaro, allora, che ciò si tramuterà anche in una minore produttività».

Obbligo dell’azione penale. L’ultimo punto importante della riforma. E anche se stremati, vediamolo. L’articolo 112 della Costituzione repubblicana, dice così: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale.” Semplice no? No. Sarà che forse il Ministro l’ha letto troppo distrattamente o mentre faceva altro, fatto sta che ha deciso di cambiarlo, aggiungendo sei paroline in fondo: “secondo i criteri stabiliti dalla legge”. Le paroline sono sei, ma ciò che fanno cambiare è un universo a sé. La situazione, oggi, è questa: un magistrato che riceve da un giornale, da un poliziotto, da un qualunque cittadino, una notizia di reato ha l’obbligo di indagarci su, di verificare ed eventualmente di chiedere la pena o di assolvere e mandare tutti a farsi i fatti propri come prima. Ora no. Ora, anche se un magistrato ricevesse una qualunque notizia, o peggio, una prova di reato, non potrebbe indagare: infatti sarà il Parlamento, ovvero la maggioranza a decidere il «prius» dei problemi da seguire. Lo ha spiegato in una conferenza stampa, destreggiandosi in una giungla di “cioè”, Angelino Alfano:
«Cioè, oggi cosa è successo, che un principio sacrosanto come quello dell’obbligatorietà dell’azione penale, talmente sacrosanto che abbiamo voluto mantenerlo, è stato di fatto, anche per necessità, senza malafede da parte dei pubblici ministeri, trasformato nel suo contrario. Ne è stata capovolta la finalità, cioè, siccome bisogna perseguire tutti i reati e siccome non ho tempo di farlo scelgo io pm, cioè il principio dell’obbligatorietà cioè il principio di perseguimento e di persecuzione di tutti i reati si è trasformato nel suo contrario, cioè nell’assoluta discrezionalità nel perseguire reati, cioè il pm sceglie cosa perseguire. Noi abbiamo voluto togliere il manto di ipocrisia al principio dell’obbligatorietà mantenendolo nella sua essenza.».

Praticamente quindi, «il Parlamento che in funzione dell’allarme sociale che raccoglie dalla base, dalla gente, dai territori, indica in base all’allarme sociale un elenco di priorità».

Ha replicato Travaglio, nella puntata del 17 marzo di Annozero:
«Con la riforma Alfano sarà il Parlamento, cioè la maggioranza su indicazione del ministro della Giustizia, a dire ogni anno alle procure quale reato devono perseguire e quali devono tralasciare e secondo voi, i reati tipici dei politici e dei loro finanziatori, saranno fra quelli prioritari da punire? Basta leggere certe dichiarazioni quando un politico finisce sotto inchiesta per capire che in genere non considerano gravi i reati come l’abuso di ufficio, la corruzione, la concussione, il finanziamento illecito, la truffa, i reati finanziari, fiscali, ora anche la prostituzione minorile si è aggiunta all’ultimo momento. Quelli gravi sono sempre i furti, le rapine, l’immigrazione clandestina e gli omicidi, salvo che qualcuno di loro cominci ad ammazzare altrimenti pure l’omicidio diventa un reato minore».

E Franco Cordero, ne sopracitato articolo su La Repubblica:
“Cominciamo dall’azione penale. È potere esclusivo del pubblico ministero: la esercita imputando a qualcuno l’ ipotetico reato; così instaurai processi, il cui solo possibile esito è la sentenza; e ha l’ obbligo d’ agire (art. 112 Cost.), ogniqualvolta l’ accusa risulti sostenibile; può astenersene solo col permesso del giudice, finché nuovi materiali o i precedenti, diversamente valutati, non esigano una riapertura delle indagini. Le scelte discrezionali sono un lusso che possono permettersi paesi dalle midolla politiche sane, dove il governo paghi cari i trucchi o le omissioni: supponendo che gli uffici dell’accusa dipendano dal potere esecutivo, ne risponde il ministro; e dati i costumi parlamentari italiani, nessuno vi fa caso. Ancora meno auspicabile sarebbe un pubblico ministero agente sovrano, che non risponda a nessuno. Insomma, sotto le lune d’ Italia l’ azione obbligatoria non ammette alternative. Perciò le res iudicandae penali sono indisponibili: l’ attore pubblico non può desistere; se cambia idea, concluda a favore dell’imputato; come stiano le cose, lo dirà il giudice, assolvendo o condannando secondo parametri legali. Che una legge regoli le priorità del lavoro, sta nell’ elucubrabile, sebbene materie simili escludano criteri rigidi, troppe essendo le variabili da calcolare, ma è idea matta l’ improcedibilità dei casi scomodi all’esecutivo (dormano, ibernati, finché venga un turno indefinitamente rinviabile). Vuol rendersi utile il ministro? Fornisca all’apparato i mezzi necessari.”

E Antonio Ingroia, nella sopracitata intervista su L’Espresso: «Quando si parla di obbligatorietà dell’azione penale e di criteri di priorità decisi dal Parlamento significa introdurre un controllo sull’azione penale: c’è minore obbligatorietà e più discrezionalità politica».

Ci troviamo quindi di fronte ad una vera e propria violazione della Costituzione e ci avviamo ancora di più verso il collasso della martoriata Giustizia italiana.

Una Giustizia, che diventa giustizia con la minuscola. O nemmeno quella?

 

Di Giovanni Ugo.

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