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Energie. Qual è il futuro?

In un mondo in cui la domanda di energia aumenta esponenzialmente ogni anno, ci si domanda quale sia la strada da seguire per ottenere una sufficienza energetica.

Purtroppo ci troviamo ancora schiavi dei combustibili fossili, che continuano ad inquinare e ad ammalare il nostro pianeta. Il mondo non ha ancora svoltato verso energie alternative e sostenibili. L’aggettivo su cui dobbiamo puntare di più è “sostenibile”, poiché non è più possibile continuare a sfruttare il nostro pianeta barbaramente.

Un paese a livello tecnologico avanzato come la Germania, si è proposto di raggiungere una percentuale altissima di energia prodotta da fonti rinnovabili (fotovoltaico, eolico…) e di dismettere le centrali nucleari nei prossimi anni. Questa è una scelta etica e che punta al futuro, poiché all’economicità ad alto rischio ambientale del nucleare, si è preferito il maggior costo (in diminuzione ogni anno) ad alta sostenibilità.

Il nucleare produce grandissime quantità di energia, ma come effetto collaterale costante produce scorie radioattive che si smaltiscono in natura in migliaia di anni. A chi ritiene che un NO al nucleare derivi preconcettualmente dall’impatto emotivo causato dai disastri inaspettati, si può fare presente che le centrali nucleari hanno un altissimo costo iniziale, e trovare l’ubicazione delle stesse non è semplice. Per non parlare dei siti in cui sotterrare le scorie. Temo che alcuni siano favorevoli al nucleare solo a casa degli altri.

In Germania invece si è creato un vero e proprio business del fotovoltaico. Oltre alla produzione in loco di celle fotovoltaiche, esiste un mercato che si basa sul riciclo dei moduli ormai usurati. Quasi il 50% di tutti i rifiuti fotovoltaici d’Europa raggiungono la Germania, per poi essere riciclati al 90%. In sintesi questo paese possiede l’85% di mercato di tutta Europa.

È notizia di pochi giorni fa la vittoria dei “Verdi” nel lande più ricco del territorio tedesco, dopo l’egemonia del centro-destra per 60 anni. Questo partito ha come bandiera le energie rinnovabili.

Tuttavia, oltre a finanziare gli investimenti, è necessaria la regolamentazione delle dimensioni di questi impianti e delle loro ubicazioni, poiché esiste il rischio di creare danni al paesaggio se si specula senza controllo sulle vaste aree agricole.

L’eolico ha un costo tre volte superiore a quello dell’energia nucleare, ma ha un costo molto inferiore rispetto al fotovoltaico (parlando di Europa, poiché negli USA le energie rinnovabili hanno superato il nucleare anche in termini di economicità).

L’energia eolica pecca nella necessità di un’ubicazione in zone ventose. Ne deriva che non è possibile installare pale eoliche in modo diffuso sul territorio nazionale in modo tale da incrementare esponenzialmente la percentuale di energia prodotta tramite il vento.

Un altro metodo in via di sviluppo per ottenere energia è il geotermico, ovvero lo sfruttamento del calore del sottosuolo con cui produrre energia elettrica. I problemi principali sono l’alto costo, le trivellazioni del terreno e come per l’eolico, la specificità dei luoghi in cui è possibile costruire gli impianti.

Anche l’energia da biomasse sta prendendo piede in questi anni. Possiamo considerarla rinnovabile, ma non pienamente sostenibile, poiché è basata sulla combustione di rifiuti organici e quindi produce CO2 e polveri sottili. Per ovviare a questo problema si potrebbe permettere l’installazione di centrali a biomasse limitatamente ai contadini per una dimensione massima pari alla quantità di rifiuti organici prodotti in loco.

 

Il Governo italiano, ormai da un anno, ha intrapreso i passi necessari alla nuclearizzazione del nostro paese, prendendo accordi con la Francia, la quale ci venderà reattori che ottimisticamente potranno essere operativi fra 20 anni e quindi quando avranno perso la loro contemporaneità tecnologica.

Inoltre ha sospeso, in buona parte, i finanziamenti alle energie rinnovabili, proprio quando in tutto il mondo si sta riflettendo se continuare sulla strada nuclearista, tenuto conto del disastro giapponese.

I danni nel paese nipponico sono stati provocati essenzialmente dal maremoto causato dal sisma e non dal terremoto stesso, nonostante sia stato di una potenza mille volte superiore al sisma de L’Aquila. Questo fa intuire come sia impossibile decretare una sicurezza assoluta del nucleare.

Il Giappone è il paese con i livelli più alti di sicurezza nelle costruzioni e ha subito questo tragico evento.

Noi non possediamo le tecnologie edili adatte e in compenso abbiamo la criminalità organizzata che tenta di inserirsi in qualunque appalto. Come pensiamo, inoltre, di costruire centrali nucleari sicure in tempi brevi in un territorio a rischio sismico?

Al referendum dell’11-12 giugno promosso dall’Italia Dei Valori, i cittadini saranno chiamati ad esprimersi su questa decisione governativa. Se vinceranno i Sì verrà abrogato il decreto legge di indirizzo con il quale si è intrapreso il cammino del nucleare in Italia, mentre se vinceranno i NO si continuerà su questa strada; sempre che si raggiunga il quorum, data la posticipazione della consultazione in periodo balneare da parte del Ministero dell’Interno, con il mancato accorpamento alle elezioni amministrative, comportando così un costo aggiuntivo alle casse pubbliche per 250 milioni di euro.

In questi giorni è doveroso fermarsi a riflettere sulle decisioni da prendere nel e per il futuro.

Il nostro paese dovrebbe sfruttare a pieno le energie rinnovabili, finanziando principalmente i produttori di impianti in loco. Facendo ciò si abbatterebbero i costi alla filiera, aumentando la propensione all’acquisto e all’investimento nella Green Economy.

La Terra non è più disposta a sopportare i nostri abusi e la tragedia che si sta consumando in Giappone è un altro colpo mortale inferto al nostro pianeta.

Un alternativa è possibile e deve essere improntata sulla sostenibilità delle nostre scelte a livello ambientale.

Infine, siamo sicuri di aver bisogno di tutta questa energia? Prima di aumentare la produzione dovremmo imparare a risparmiarla e non sprecarla.

Enrico Anconelli

Viva, l’Italia!

150° anno d’Italia.

Non dobbiamo ricordare la nostra storia e la nostra italianità solamente in questa giornata. L’essere italiani è promuovere quel sentimento d’amore che ci lega alla patria, che ci fa lavorare per migliorarla ed unirla. Dopotutto la cultura italiana ha una storia millenaria: siamo la patria del diritto, della cultura, della musica. Mancava solo la nazione e l’apparato Stato che potesse identificare un popolo.

Un popolo solidale, coraggioso, mai domo, vero, complicato e vario. In ogni occasione di difficoltà siamo stati in grado di unirci, in ogni tempo. Dobbiamo fondare la nostra società sui legami che ci uniscono, sviluppandoli arricchendoli con le nostre diversità, distruggendo i pensieri secessionisti.

Il pensiero in questo giorno di festa va principalmente a coloro che hanno permesso la nascita di questo popolo unito. I famosi Mazzini, Cavour, Garibaldi, ma soprattutto quei ragazzi anonimi e ventenni che sono morti per dare un futuro migliore a noi discendenti, come Goffredo Mameli ideatore del testo del nostro inno e Michele Novaro, musicista che ha dato vita allo spartito.

Come non ricordare poi i protagonisti della Resistenza italiana durante la seconda guerra mondiale, giovani come i risorgimentisti. Uomini che per ideali di giustizia, libertà e uguaglianza hanno sacrificato se stessi. Se viviamo ancora in unità lo dobbiamo anche a loro.

Sarebbe ipocrita, però, confermare in pieno anche l’unità del popolo italiano. Questo è un processo che è ancora in corso e non sapremo mai quando e se si concluderà in modo completo.

Tutte le diversità che arricchiscono la nostra società sono ben accette, ma alcuni atteggiamenti espressi in questi giorni contro la bandiera, l’inno e l’Italia stessa, sono da condannare con fermezza. Se non per convinto spirito ed orgoglio nazionale, almeno per rispetto ai caduti di questo paese.

Ognuno oggi può vivere questa giornata con sentimenti propri e pensieri propri, spero accomunati dall’Amore per questa nostra terra e per questo nostro popolo, che seppure abbia molti difetti è sempre stato ricordato nella storia per gli immensi pregi.

L’orgoglio e la fierezza dell’appartenere ad una nazione deve essere l’essenza in ogni nostra azione quotidiana. Tutti noi contribuiamo in ogni piccolo gesto alla legalità, alla giustizia, all’unità.

Operiamoci ogni giorno per continuare ad unire e a migliorare il nostro paese. Non viviamo più in una mera espressione geografica.

Viva la repubblica, viva gli italiani, VIVA L’ITALIA, l’Italia è viva.

 

Enrico Anconelli

Essere donna, detto da un maschio.

Essere donna è dura, al giorno d’oggi. In Iran non hai diritto di parola, di espressione, nemmeno a mostrare il tuo viso. Nel mondo occidentale no. Hai diritto a tutto, ma tutto ha un prezzo. Il prezzo da pagare si chiama dignità. Per il resto, tutto è concesso.Essere donna è dura. E’ molto più semplice essere femmina. La distinzione da effettuare fra i due termini va oltre la semplice differenza
culturale/biologica che essi presuppongono. Essere donna ed essere femmina è diverso. E l’ambiguità sta proprio in questo.

La donna, la vera donna, è quella che si sveglia alle 6 del mattino per rassettare casa, pulire e preparare il pranzo. Anche quando non ha voglia. Anche quando ha il ciclo, e vorrebbe solo rimanere a letto con una borsa dell’acqua calda sulla schiena con un uomo che la coccoli e le porti un tè caldo. E poi va al lavoro. Anche se part-time, anche se ha un impiego infame, anche se non riceve soddisfazioni. Tutto, per una famiglia. E poi di nuovo casa. E poi ancora lavoro. E poi figli, parenti, marito. E poi di nuovo, pulizie, lavoro, pranzo, lavoro, figli, marito. Senza vacanze alle Maldive, senza centri di bellezza, senza personal trainer, senza shopping in via
Montenapoleone. Ma solo con sorrisi e dolcezza.Essere femmine è facile. Arrivare in alto, spesso è facile. Basta usare ciò che a tutte è dato, senza farsi scrupoli di coscienza.

Perchè per essere femmine, coscienza non bisogna averne. Per andare a letto con il direttore o con il presidente, coscienza non devi averne. Devi essere solo un oggetto e, ad oggi, oggetti ce ne sono troppi. Non valori, ma merce.La merce si vende. Ed allora quale mezzo migliore per vendere un prodotto se non la pubblicità?

Noi siamo invasi di pubblicità. La vita di molte persone è ormai una copertina ambulante. La televisione tracima di immagini, di maschere. Pensate solo alle classiche Veline, Letterine, showgirl. donne immagine. Soprammobili di squallidi programmi. Osannate solo perchè magari bionde, alte 1.80m, con una quarta esplosiva. Quelle non sono donne, sono cose. E le cose non sono un valore, lo hanno.Questa concezione ignominiosa ce l’hanno proposta per decenni, e noi l’abbiamo sublimata.

Continuiamo a farlo eleggendo figure politiche che deturpano la visione della donna giorno dopo giorno, verbalmente e materialmente. E noi permettiamo tutto ciò. A noi piace, noi stimiamo tutto ciò. E non ci meravigliamo se per le strade e nelle discoteche ci imbattiamo in quattordicenni truccate, lampadate, conciate come le peggio sgualdrine da tangenziale. Che non aspirano agli uomini, aspirano ai maschi (con buona pace dell’ambiguità del termine, mi perdonino i lettori).

L’errore spesso è proprio questo. La distinzione donna-femmina trova le radici in quella uomo-maschio. I maschi si sono dimostrati un fallimento, e la decadenza del mondo occidentale ormai lo sta dimostrando. Il superamento della distinzione donna-femmina deve partire dalle stesse donne. Devono sostituirsi ai maschi, devono imporre regole diverse. Per cambiare i maschi in uomini. Per cambiare il mondo. Per cambiare i dubbi in certezze.Per cambiare l’oggi, in domani.

Lorenzo Alemanno

Egitto in rivolta

In queste ore si sta inasprendo la guerriglia per le strade di Il Cairo e di tutto l’Egitto. Sulla scia delle rivolte in Tunisia, il popolo egiziano si sta mobilitando per conquistare la democrazia. Il bilancio di questo “Venerdì della collera” è tragico: 7 morti di cui un ragazzo quattordicenne, 410 feriti e 500 arresti.

Il canale live dell’emittente al jazeera è stato oscurato in tutto il paese, i cellulari isolati e internet bloccato. Alcuni reporter stranieri che stavano semplicemente documentando lo svolgimento degli scontri sono stati fermati e picchiati dalla polizia.

Migliaia di manifestanti si sono riversati per le strade del paese in cui vige lo stato di emergenza dal 1981 e che ha permesso a Mubarak di dichiarare il coprifuoco, ignorato da molti, e di far intervenire l’esercito. Nel 2010 lo stato di emergenza è stato prolungato ulteriormente per altri due anni così permettendo alla legislazione di dare ampi poteri alla polizia in materia di arresti e di detenzione per periodi illimitati, e permette il ricorso ai tribunali speciali gestiti dal governo.

Il leader dell’opposizione egiziana ElBaradei sembra sia stato messo agli arresti domiciliari, anche se altre fonti affermano che si trovi nella propria casa oppure tra i manifestanti in un corteo pacifico. Era di stamani la notizia che alcuni drappelli della polizia ad Alessandria si sarebbero rifiutati di lanciare i lacrimogeni ai manifestanti.

Sta di fatto che il governo sta reprimendo la protesta nel sangue, nel terrore e nella violenza, non consapevole che se ad un popolo viene tolta la libertà, prima o poi il popolo se la riprende. Così come sta accadendo in Tunisia ed Albania.

Dalle nostre case abbiamo il dovere morale di seguire con attenzione ed apprensione tutto ciò che sta accadendo in Egitto. Al posto di quel popolo potevamo, possiamo, potremmo esserci anche noi.

Stiamo vicini, con la mente e con il cuore, a questi nostri concittadini del mondo, che stanno lottando per i propri diritti, la propria libertà, la propria dignità.

Enrico Anconelli

Io voglio ricordare

Io voglio ricordare le vittime. Non voglio ricordare solo le vittime famose. Non voglio ricordare un popolo che si è macchiato di crimini orrendi, come quelli che ha subito. Si ha la strana sensazione che le vittime del nazifascismo (i 6 milioni di ebrei, per intenderci) siano più vittime degli altri. Sembra che loro abbiano subito più torti degli altri. Come se fossero i più meschini, i più sfortunati,
i “più” in tutti i sensi. Una vittima è una vittima, senza distinzione di causa, religione, lingua e
cultura. E allora non è più accettabile che sia istituita solo la giornata della memoria per le vittime del nazifascismo. Non è accettabile che le vittime siano soltanto quelle dei libri di storia. Sono trascorsi 66 anni dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, e puntualmente su giornali e televisioni assistiamo ad un lugubre riepilogo di tutti i crimini (veri o presunti) compiuti dalle milizie tedesche. Per un giorno all’anno ci disperiamo, siamo tristi e incazzati, poi ci passa.

E soprattutto, ci dimentichiamo di tutti gli altri. Tutti i morti che non hanno mai avuto un ricordo, un fiore, un pensiero rivolto. Morti e dimenticati dal mondo. E’ il caso delle vittime delle pulizie etniche in Jugoslavia ai tempi di Milosevic (250.000 morti, dato ancora incerto). E’ il caso del genocidio degli armeni all’inizio del ‘900 (1 milione e mezzo di vittime accertate).

Anche la Cambogia di Pol Pot e dei suoi Kmer Rossi ricorda tristemente il genocidio nazionale. Tra il 1975 ed il 1978 venne sterminato il 40% della popolazione (1.800.000 vittime) In Ruanda, nel 1994, vennero sterminati 1.170.000 uomini, membri delle etnie hutu e tutsi.
E’ poi il caso delle stragi in Guatemala, della carestia dell’Ucraina, dei lager in Cina e via con decine e decine di altri esempi.
Una nota di riguardo meritano due episodi particolarmente importanti: le purghe staliniane e le vittime del terrorismo in Italia. Sulle prime c’è ancora troppo da dire, poiché la storia ha spesso taciuto determinati eventi. Non è chiaro il motivo per il quale, quando si citano le parole “lager” o “dittatura” vengono in mente Hitler ed il lager nazisti. I gulag sovietici hanno divorato un numero spaventoso di uomini, che si aggira forse intorno ai 20 o 30 milioni. Vittime mute, dimenticate. Come se non ci fossero.
Nelle scuole hanno sempre citato vagamente il fenomeno dei lager sovietici, preferendo approfondire quello dei campi di concentramento nazifascisti: perché? Perché QUELLE vittime sono meno importanti di QUESTE? Perché esiste una giornata della memoria per i 6 milioni di ebrei massacrati in Germania, Polonia, Austria e Italia ma non per i milioni e milioni di slavi torturati in Russia?
Il secondo episodio merita una menzione a parte. E’ una questione tutta italiana, che poco ha a che vedere, per numeri e tipologie, con le precedenti stragi. Però anche le vittime del terrorismo sono troppo mute. Fantasmi, evanescenti.

Gli anni ‘70/’80 in Italia hanno lasciato una scia di sangue che pochi Paesi possono vantare di aver avuto, nella loro storia di terrorismo nazionale. Terrorismo rosso, nero, collusi con mafia, massoneria, criminalità e Servizi Segreti. Sembrano le trame di un romanzo che intreccia malavita, ideologie politiche e Stato. I punti oscuri su queste vicende sono talmente tanti che sarebbe follia andare a sventrare determinati eventi e dare giudizi. Un solo punto invece è chiarissimo e dimenticato: le decine di vittime.
Ustica, la strage di Piazza Fontana, l’Italicus, Piazza della Loggia, Brescia. Solo alcuni degli attentati che hanno insanguinato le pagine di storia italiana. E su cui ancora non è stata fatta luce. Anzi, molti politici nostrani hanno preferito fare il buio su alcune vicende, avranno i loro buoni motivi. Le vittime, però, i motivi non li hanno mai avuti. Hanno ricevuto solo dolore,
da stragi immotivate, senza scopi precisi se non il disordine dello Stato. Stragi, morti, bombe. Parole che oggi suonano antiche, vuote. Pronunciate con spavalderia da tutti noi. E le vittime attendono ancora risposte e giustizia. Forse le risposte e la giustizia, per tante di queste vittime, dalla Cambogia alla Russia, dall’Italia al Ruanda, non arriveranno mai. Facciamo arrivare
loro, per lo meno, il nostro Ricordo. Glielo dobbiamo.

Lorenzo Alemanno

La disobbedienza civile

Recentemente ho letto “La disobbedienza civile” di Henry David Thoreau e vorrei farvi partecipi di questa opera riportandovi alcune citazioni che secondo me sono molto attuali e illuminanti.

“Così i governi ci dimostrano quanto facilmente gli uomini possano essere ingannati e persino autoingannarsi nel proprio interesse”

“Sono nato troppo in alto per esser posseduto,
per essere il secondo, al controllo,
o l’utile servo e strumento
di qualsiasi stato sovrano del mondo”

“Ma al giorno d’oggi, come ci si deve comportare con questo governo? Pare a me che non ci si può associare senza ignominia.”

“Tutti riconoscono che esiste un diritto alla rivoluzione – il diritto di rifiutare obbedienza o di opporsi a un governo la cui inefficienza o tirannia siano grandi e insopportabili.”

“Quelli che, pur disapprovando il carattere e le attività d’un qualsiasi governo, gli concedono la propria obbedienza e il proprio favore, ne sono indubbiamente i sostenitori più coscienziosi e assai spesso i più seri ostacoli da superare.”

“Un uomo non deve fare tutto, ma qualche cosa; e poiché tutto non lo può fare, non è necessario che faccia qualcosa di sbagliato.”

“Dobbiamo amar la patria come i genitori
E se mai il nostro amore oppur l’industria
Nostra, dall’onor che è dovuto
A lei togliamo, dobbiamo pur sempre rispettarne
Gli effetti e all’anima
Coscienza e religione insegnar,
e non brama di potere e vantaggio”

“Se l’ingiustizia è una conseguenza dell’attrito necessario della macchina del governo, si può anche lasciar correre: forse l’attrito scomparirà – certo la macchina si consumerà. Se l’ingiustizia ha una molla, una puleggia, una corda o una manovella solo per sé, allora sì, forse, che ci si può chiedere se il rimedio non sia peggiore del male. Ma se è di tal natura da spingerci a compiere qualche ingiustizia nei riguardi d’un altro, allora io dico: <Si infranga la legge>. Che la nostra vita faccia da controattrito e fermi la macchia. Ciò che io devo fare, è procurare di non prestarmi all’ingiustizia che condanno.”

“Lo Stato mi dice, con voce forte e chiara, <Riconoscimi>. Dato l’attuale stato di cose, il modo più semplice ed efficace di trattare, ed esprimere la propria piccola soddisfazione e il proprio amore nei suoi riguardi, è rifiutarsi di riconoscerlo.”

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