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NO-TAV in Val di Susa: manifestato un dissenso popolare. Il blocco nero delegittima la protesta.

La protesta NO-TAV irrompe sulla scena pubblica come un cataclisma da reprimere con la forza del braccio armato dello stato. Ormai è noto che lo stato e la mafia speculano sulla costruzione delle opere pubbliche e il territorio ne esce sempre deturpato e violentato.
In merito alla costruzione dell’alta velocità nella Val di Susa non è stata ascoltata nessuna voce di nessun cittadino e i partiti hanno preso decisioni ademocratiche e contro il manifestato volere popolare. 
Nei cortei c’erano uomini, donne, anziani venuti per mostrare il loro parere avverso alla costruzione dell’opera in maniera pacifica e a difendere un sacrosanto diritto democratico che aleggia come fantasma di un’epoca libertaria passata.
Difendevano la possibilità di dire ciò che si è tenuti, in quanto cittadini, a dire! Un’opposizione democratica ad un’amministrazione incapace di venire incontro alle posizione del popolo.
Ma laddove vi era una richiesta di democrazia, lo stato ha risposto con il blocco nero, la polizia, che ha utilizzato una repressione stalinista della manifestazione, che a quel punto ha risposto con una violenza “ancora moderata” e assolutamente non paragonabile a quella folle e antidemocratica del black block, quello fatto di terroristi violenti e ignoranti.
La violenza è un vicolo cieco, porta ad un delirio di fuoco e di fiamme, da una parte e dall’altra. Se fosse stato aperto un dibattito con la cittadinanza, tutti questi problemi non si sarebbero presentati, invece anziché il verbum, la parola, è stata utilizzata un’arma ben meno efficace, la violenza.
Quindi non posso che schierarmi dalla parte dei manifestanti NO-TAV pacifici e condannare qualsiasi tipo di violenza, da parte dello stato e dunque per mano di polizia e da parte del movimento black-block e di altri manifestanti.
Mi ritengo indignato dall’atteggiamento assunto da alcuni giornalisti, che anzichè illustrare i pro e i contro della costruzione dell’alta velocità, hanno calunniato la legittima manifestazione, identificando il manifestante tipo come una persona violenta.
E in effetti il black-block non è stato d’aiuto, anzi ha contribuito alla delegittimazione di un dissenso radicato in una popolazione pacifica e non violenta.

Mi auspico che l’amministrazione e la politica possano interloquire con i manifestanti e discuterne le preoccupazioni e i disagi, spero inoltre che la violenza possa finalmente terminare.

 

Matteo Piras

La penna e il telaio

Pochi avranno la grandezza di trasformare la storia, ma ognuno di noi può adoperarsi per modificarne anche una piccola parte: la storia di questa generazione verrà scritta dalla totalità delle singole azioni, verrà delineata proprio dagli innumerevoli e differenti atti di coraggio e fiducia. Ogni volta che un singolo individuo si schiera per un ideale, o agisce per il bene degli altri, o combatte contro l’ingiustizia, dà vita ad un’onda di speranza, onda che andrà ad incontrare altre onde innalzate da altrettante fonti di convinzione e di forza, creando una corrente che sarà in grado di abbattere le più alte mura di oppressione e opposizione.”

Robert F. Kennedy

Creare un onda per abbattere il sistema delle ingiustizie, creare un onda per dissipare le catene dell’oppressione, questo dovrebbe essere l’obiettivo comune della politica in un mondo dove non vige alcuna legge, se non quella del più forte.
Non intendo chiudere gli occhi di fronte ad un verità cruda e orribile: lo sfruttamento della manodopera minorile.
Non posso. E’ mio dovere morale soffrire il dolore di ogni violenza subita da tutti gli uomini. 
Ogni bambino, in quanto essere umano, ha dei diritti inalienabili, garantiti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dai vari trattati che sono stati stipulati nel tempo. I bambini sono germogli da irrorare con la linfa della vita e il dono della sapienza, in modo che un giorno possano sbocciare tantissimi fiori, dei più bei colori, fino a comporre un armonico mosaico di pace.
Lo sfruttamento del lavoro minorile è una gravissima violazione dei diritti del bambino. In molti paesi del mondo, in particolare asiatici e medio-orientali, i bambini sono costretti a lavorare per più di 14 ore al giorno, senza riposo, con una scarsa nutrizione, sotto l’agonia dei loro aguzzini, sono danneggiati permanentemente sia sotto il profilo fisico, che su quello psicologico/morale.
Per questo tipo di lavoro schiavistico sono utilizzati, esattamente come merce, ragazzi da 15 anni in giù. Se noi ragazzi occidentali abbiamo la fortuna di poter tenere in mano una penna e di studiare, è d’obbligo per noi denunciare con gran voce il mancato rispetto dei nostri diritti, sì nostri, giacchè il fato ci ha concesso la fortuna di vivere in paesi moderni e civili, ma potremmo trovarci tutti in quelle situazioni. Dunque è nostro dovere cambiare il mondo, nostro compito é accrescere quelle onde che romperanno le mura della discriminazione e dell’oppressione, dando un lume di speranza alle anime di migliaia di schiavi bambini che ogni giorno sono bruciati del fuoco dell’avida ingiustizia.
Ancor più triste è il fatto che, se si cerca un colpevole, non c’è che da guardarsi allo specchio. E’ colpa nostra, dell’occidente, dell’Europa e dell’America imperialista, che ha fatto del colonialismo una fonte infinita e perpetua di ricchezza. 
Le multinazionali occidentali hanno spostato stabilimenti in Stati dove le leggi non garantiscono un ben che minimo diritto, a partire dalla sicurezza fino allo sciopero.

In Bangladesh, a Phulbari, nell’agosto 2006, alcune centinaia di persone hanno protestato davanti a una societa’ carbonifera, cercando di occupare la struttura. Gli agenti hanno aperto il fuoco uccidendo almeno sei persone e ferendone circa cinquanta.

In Cina, alla fine di dicembre 2009, sono morti 17 minatori e altri 6 furono dati per scomparsi per poi morire anche loro. Le miniere cinesi si confermano le più pericolose del mondo. Secondo le stime ufficiali, durante il 2009 i minatori morti erano stati 3200.

In stati dove non sono garantite le minime sicurezze, i minimi diritti, il bambino diventa un’appetibile strumento di lavoro, specialmente in stati dove la povertà dilaga e si è in una fase di sviluppo economico, momento in cui i governi diventano spietati mietitori di vite. Un bambino diventa oggetto, manodopera, costa poco, è dominabile facilmente e non si ribella. Ma spesso ci sono stati casi di persone che hanno alzato la testa, uscendo dalla trasparenza delle fabbriche e della massa, dando vita ad un sentimento che l’oppressione cerca di eliminare: la speranza.

Iqbal Masih nacque in un piccolo villaggio rurale nel Pakistan senza poter conoscere il padre, che abbandonò la famiglia alla sua precarietà. La madre di Iqbal lottò per mantenere i suoi figli, lottò per la loro felicità e il loro diritto ad una vita dignitosa, ma purtroppo nulla poteva davanti alla povertà più assoluta. Quando aveva quattro anni, Iqbal è stato venduto per $ 16 al proprietario di una fabbrica di tappeti.
Lavorava 12 ore al giorno, era terribilmente denutrito, viveva sotto la paura del suo padrone. 
Più volte si ribellò, più volte scappò e tante più volte alzava la testa, tante più volte era punito, veniva addirittura chiuso in una costruzione di alluminio che accumulava il calore al suo interno, un forno che cuoceva i dissidenti, coloro che sfidavano il padrone. Più volte venne rinchiuso lì dentro, la chiamava “tomba”, infatti pochi riusciva a sopravvivere al caldo estenuante di quel posto orrendo.
Quando Iqbal aveva nove anni si recò da una locale organizzazione dei diritti del lavoro che lo ha aiutato a fuggire dalla fabbrica. Questi lo portarono in salvo in una scuola, gli diedero una casa e del cibo, ma il giovane operaio non voleva chiudere gli occhi davanti davanti a ciò che aveva subito e ciò che i suoi coetanei avrebbero continuato a subire se non avesse fatto qualcosa. Cominciò a raccontare dei bambini lavoratori al mondo, irrompeva nelle fabbriche a fare fotografie che testimoniavano la presenza di inferni in giro per il Pakistan, iniziò a lottare pacificamente, con la forza della coscienza, della volontà, sfidò l’ingiustizia con un coraggio che ha dell’incredibile.
Era un bambino. Un bambino sindacalista. Un bambino rivoluzionario. Un bambino, solo un bambino.
E quando tutti i bambini hanno iniziato a seguire l’esempio di Iqbal, alzando la testa, muovendo la rivolta, insorsero contro i padroni, troncando l’oppressione. Iqbal liberò personalmente migliaia di bambini, le sue idee portarono la libertà, la speranza, il sogno. Le sue parole infiammavano gli spiriti, ardevano nell’Occidente e bruciavano ovunque l’ingiustizia. Faceva convegni negli Stati Uniti, in Svezia e nell’intera Europa. Insegnava agli adulti come lottare.
Ma non appena la lotta diventò insidiosa fu minacciato, lui e la sua famiglia, dalla cosidetta “mafia dei tappeti”, ma Iqbal non fece un solo passo indietro, anzì iniziò a correre sempre più veloce verso la libertà dei suoi fratelli, di quelle migliaia di bambini schiavi. Nell’aprile del 1995 Iqbal fu ucciso. Ma le sue idee si liberarono nel cielo, come un aquilone stretto nelle mani speranzose degli schiavi bambini. Bambini che dovrebbero portare nelle mani una matita e un libro, bambini che dovrebbero stringere un aquilone, bambini che dovrebbero correre liberi tra i prati e non essere legati ad un telaio, bambini che lo vorrebbero, ma ogni giorno perdono una goccia di speranza in un oceano di dilagante rassegnazione.

Alcune organizzazioni internazionali hanno mappato il fenomeno, arrivando a definire modelli di sfruttamento differenti per le zone:

Asia (60 %), dove in alcuni stati la manodopera minorile è utilizzata come modello produttivo. In India è frequente la schiavitù per debiti, ma anche, come avviene inoltre in Thailandia, Taiwan e Filippine, la prostituzione minorile. Infine un altro modello di sfruttamento minorile è quello dell’impiego dei bambini come soldati, diffuso in Asia (Afghanistan, Myanmar, Sri Lanka e Cambogia), ma in particolare in Africa.

Africa (29 %), qui lavora un bambino su tre. E’ particolarmente diffuso l’impiego di bambini-soldato, specialmente nel centro-sud, dove le guerre civili e le contese tra tribù sono continue (Liberia, Rwanda, Sierra Leone, Sudan, Congo…).

America Latina (8%), anche qui è diffusa la schiavitù per debiti. In maniera meno marcata sono presenti tutti i modelli di sfruttamento, dai bambini soldato (Colombia, Messico, Perù, Paraguay), ai contadini nelle piantagioni brasiliane, fino ai minatori peruviani. Molti bambini sono inoltre impiegati nel narcotraffico e nello sfruttamento sessuale.

Paesi industrializzati (1-2 %), tra prostituzione minorile, attività agricole e tessili ed infine minori nelle forze armate, anche i paesi più ricchi non hanno debellato totalmente il problema. 

Come detto in precedenza, non il problema dell’utilizzo della manodopera minorile non è circoscritto a una una determinata zona e a determinate mansioni, ma interessa gran parte del globo e svariati lavori.

Alcuni anni fa era stata scoperta una fabbrica-lager della multinazionale Nike in Cambogia, dove alcuni giornalisti avevano ripreso eserciti di bambine di età variabili, dai 16 anni ai 10 anni, mentre lavoravano su palloni, scarpe e magliette. Una cosa normale e redditizia per gli avidi politici cambogiani, ma un durissimo colpo per la Nike, che si vide isolata e boicottata dai consumatori “politically correct”. Però laddove si sono ormai insediate multinazionali sfruttatrici, il lavoro, sebbene oppressivo, c’è e garantisce il minimo indispensabile per vivere (o sopravvivere).
Se la Nike avesse chiuso quelle aziende, avrebbe troncato l’80 % delle esportazioni cambogiane e licenziato più di 180 000 operai, fortunatamente è intervenuto il sindacato americano, che riuscì a insediare una sezione estera proprio in Cambogia. Ma il sindacato può qualcosa di fronte a paesi, come Cina, Pakistan, Indonesia, Corea del Sud e Colombia, dove ogni anno vengono assassinati, feriti o arrestati migliaia di sindacalisti?
L’attivismo in queste desolate aree del mondo è un affare per uomini incorruttibili, forti, in pratica per coloro che hanno una S di superman sul petto. Ebbene, non sono molti, ma quei supereroi fanno un lavoro enorme, basti pensare che Kailash Satyarthi, attivista indiano, ha liberato personalmente più di 40 000 bambini e donne dal lavoro coatto. 
Egli è a capo della “South Asian Coalition on Child Servitude”, un ente che unisce istituzioni nazionali, internazionali e organizzazioni non governative con lo scopo di far pressioni sul governo, sulle industrie e sugli importatori, affinchè cessi lo sfruttamento della manodopera illegale.
E’ riuscito a riunire oltre 10 000 organizzazioni non governative sotto la Global March Against Child Labor e per il suo grande lavoro, sebbene sia appena all’inizio, è stato insignito nei “12 nuovi eroi del mondo” dalla Skoll Foundation USA.
Le tecniche di lotta predilette da Kailash sono l’educazione dei consumatori e le trattative con i governi. Al contrario non ritiene il boicottaggio un efficace strumento, poichè porterebbe ad una crisi economica in India, dove il commercio internazionale di tappeti e di vestiario fattura ogni anno ingenti capitali e permette il sostentamente di migliaia di lavoratori. Tuttavia l’incremento delle esportazioni verificatosi negli ultimi anni ha corrisposto un’incremento del numero di bambini schiavi in India, Nepal e Pakistan. Qui i numeri si aggirano tra i 300 000 bambini solo per l’industria tessile, con un fatturato di 600 milioni di dollari. Un decennio fa il numero dei bambini-operai era quasi la metà e il fatturato era di soli 100 milioni di dollari.
La sensibilizzazione ha ottenuto notevoli risultati, ponendo il problema dello sfruttamento della manodopera minorile tra le prime campagne mondiali.

Noi occidentali vestiamo il frutto del lavoro coatto di bambini sfruttati e abbiamo la libertà di portare una penna in mano, sebbene molti di noi preferiscano farsi gli affari propri e vivere nell’indifferenza.
La strada verso la libertà delle masse è ancora lunga e tortuosa, ma forse un giorno potremo danzare tutti di fronte al sol dell’avvenir, per il quale ogni partigiano diede la vita.
Concludo citando un eroe assassinato recentemente, Vittorio Arrigoni.

Nonostante tutto, restiamo umani.

Matteo Piras 

Qui ad Atene noi facciamo così – Qui in Italia noi non facciamo così

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

Macchiavelli diceva che la storia si ripete, che i fatti possono ricapitare. A voi il giudizio.

Un mondo, un sogno…o forse no.

Non siamo nella Germania nazista, nemmeno nella Russia sovietica, ma nella Cina comunista, dove il cosiddetto esercito proletario che manda avanti “la fabbrica del mondo” vive in schiavitù! Per confezionare un paio di Timberland, vendute in Europa a 150 euro, nella città di Zhongshan un ragazzo di 14 anni guadagna 45 centesimi di euro. Lavora 16 ore al giorno, dorme in fabbrica, non ha ferie né assicurazione malattia, rischia l’intossicazione e vive sotto l’oppressione di padroni-aguzzini. Per fabbricare un paio di scarpe da jogging Puma una cinese riceve 90 centesimi di euro: il prezzo in Europa è 178 euro per il modello con il logo della Ferrari. Nella fabbrica-lager che produce per la Puma i ritmi di lavoro sono così intensi che i lavoratori hanno le mani penosamente deformate dallo sforzo continuo.
I “problemi relativi alle condizioni di lavoro” però non sono emersi durante le regolari ispezioni che la Timberland fa alle sue fabbriche cinesi (due volte l’anno), né risultano dai rapporti del suo rappresentante permanente nell’azienda. Sono state necessarie le testimonianze disperate che gli operai hanno confidato agli attivisti umanitari, rischiando il licenziamento e la perdita del salario se le loro identità vengono scoperte. “In ogni reparto lavorano ragazzi tra i 14 e i 16 anni”, dicono le testimonianze interne: uno sfruttamento di minori che in teoria la Cina ha messo fuorilegge. La giornata di lavoro inizia alle 7.30 e finisce alle 21 con due pause per pranzo e cena, ma oltre l’orario ufficiale gli straordinari sono obbligatori.

E cosa succede a chi si ribella? Agli oppositori politici?

LAOGAI!

Quello che conosciamo delle condizioni di vita nei laogai proviene quasi esclusivamente da detenuti fuggiti o scarcerati e rifugiatisi all’estero. Fra le testimonianze che descrivono i laogai in modo più critico, paragonandoli ai gulag e ai lager, ci sono The thirty-sixth way (1969), Prisoner of Mao (1973), Red in tooth and claw (1994) e Zuppa d’erba (1996). Alcuni temi ricorrenti in queste opere sono:

  • descrizioni di lavoro forzato a ritmi disumani (fino a 18 ore al giorno, con l’obbligo di rispettare determinate quote produttive);
  • uso della denutrizione e della tortura come sistemi punitivi e coercitivi;
  • sedute periodiche di “critica” e “autocritica”, in cui i detenuti si accusano a vicenda, o si auto-accusano, di comportamenti criminali, a scopo rieducativo;

L’insieme di questi elementi configura anche un contesto generale di violenza fisica e psicologica coordinate che corrispondono al concetto di lavaggio del cervello.

di Matteo Piras

La settimana berlusconiana


Ebbene sì, dal 2001 al 2010 Berlusconi ha sfruttato a suo favore l’informazione apparendo in televisione per 10 260 minuti, pari a sette giorni. I leader dell’opposizione invece hanno totalizzato 3 688 “miseri” minuti, i capi di stato Ciampi e Napolitano solo 3 414 minuti e Fini dal 2004 è stato battuto per 10 a 1 con soli 1 530 minuti di apparizione. I dati si innalzano vorticosamente quando il Caimano è in difficolta, per esempio nel gennaio 2011 per cercare d’arginare l’alluvione Rubygate, è apparso ben 160 minuti. Nel deterioramento della democrazia italiana si è dimezzato lo spazio per gli esteri a favore della cronaca, utile per manovrare l’elettorato della cronaca. Il burattinaio degli italiani è riuscito ha raggiungere la media di 85 minuti mensili per il 2010. I dati sono stati appresi da Vidierre, ovvero la società che si occupa dell’analisi e del monitoraggio dei media in Europa. Mentre l’Italia e Berlusconi si apprestano nel piegarsi al patibolo, Julian Assange annuncià nuovo materiale “hot” su Berlusconi. Ci resta una cosa da dire a Berlusconi: FATTI PROCESSARE BUFFONE!

La guerra del contante

“L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.”

Paesi distrutti, città bombardate, famiglie lacerate. Questa è oggi la definizione di Afghanistan. Un paese caduto nella trappola della guerra per il contante.
I nostri cari alleati statunitensi, a cui piace tanto vedere il contante entrare nelle proprie tasche, il suo profumo diffondersi per Wall-Street, non hanno sopportato vedersi coinvolta per la prima volta in un vero e doloroso conflitto.
Fu l’11 settembre del 2001, quando un aereo, presumibilmente pilotato e dirottato da esponenti di Al-Quaida, si precipitò sul centro di Manhattan, sulle Twin Towers.
Il sangue sporcò le stelle e strisce, distrusse quell’aria di impenetrabilità, di potenza incrollabile, ferendo il cuore politico dell’occidente con il più grave e imponente attentato terroristico che la storia possa ricordare.
Un mese è il Medio-Oriente sarebbe stato invaso dai bellicosi USA, sotto la guida di Busch.
Ma cosa ha risolto la guerra? Al-Quaida è stato distrutto? Osama Bin Laden è stato arrestato? Il terrorismo è stato sconfitto?
Domanda filosofica. Neanche gli USA lo sanno. La guerra da loro iniziata porterà pure la pace, porterà la democrazia, porterà la prosperità.
Ma a che costo? Questo è il costo:

Bambini vittima di attentati. Non importa se questi siano dei Talebani o degli americani.
Entra di mezzo la vita. Il petrolio e i contanti valgono il prezzo di vite umane?
Non so, provate ad immaginare vostra sorella, vostro fratello in queste condizioni, vostra madre, vostro padre, un vostro amico. Chi vi è più caro in queste condizioni.
La lotta al terrorismo è la più banale delle scuse. Gli Stati Uniti hanno invaso Iraq e Afghanistan solo perché in quella zona è presente più dei 3/10 del petrolio mondiale, che minacciava di cadere nelle mani di dittatori e di governi antiamericani.
Si dovrebbe, dunque invadere l’Iran, la Cina, Cuba, Corea del Nord, la Libia, l’Italia [ah, no! Noi non abbiamo petrolio e il nostro dittatore lecca il culo a tutti…], solo perché hanno dei beni materiali e sono vittime di dittature “anti-americane”?
La guerra è costata 5 mila morti militari, dei civili non si sa, il paese della libertà non vuole pubblicare nessun dato.
E’ costata invece al governo italiano, 300 milioni di euro solo per pagare i militari e per l’equipaggiamento. All’incirca 300 mila euro sono andati alla Croce rossa, per tutti gli ospedali creati.
La Russa, il Ministro della Difesa aveva poi proposto in parlamento di armare i caccia italiani con bombe.
Forse non si è ancora capito che la guerriglia non si vince con la forza e l’imponenza di un esercito regolare. La guerriglia è come una fastidiosa allergia, ricompare e ricompare, dando un’effimera tregua, ma mai duratura.
La guerriglia compare d’ovunque, miete morti con incredibile destrezza. Una macchina da guerra irregolare, imprecisa, anomala, ma tanto efficace da uccidere con estrema potenza.
Ma oltre a opinioni sulle tecniche di guerra, servirebbe comprendere una cosa. Siamo nel 2010, in un’epoca moderna. Abbiamo passato un secolo di guerre, di tensioni, di dolori, abbiamo visti genocidi, massacri, ma non abbiamo capito ancora cosa sia.
La pace avversa la guerra, come la vita avversa la morte. E il valore fondamentale della vita è la libertà.
Recentemente gli Stati Uniti hanno fatto enorme propaganda tra gli stati sudditi dell’obbiettivo raggiunto, quello delle elezioni “libere” in Afghanistan e Iraq.
In Afghanistan il tasso di analfabetismo è del 73%. Questa è libertà di voto? Questo significa essere capaci di votare? 7 persone su 10 non sanno né leggere, né scrivere, non conoscono la storia, non conoscono il mondo, sono piccoli villaggi sparsi per un territorio montuoso e desertico. Solo Kabul e qualche altro centro importante hanno cittadini istruiti. Il resto sono ignoranti.
Nel dizionario USA questo significa libertà, democrazia.
Una democrazia imposta, obbligata, una democrazia da occupazione. Serve un nuovo movimento, che possa ridare la speranza in futuro, per tutti i giovani, per tutti gli afghani, per tutte le vittime di guerre
Non esistono liberatori, i popoli si liberano da soli. Con cultura e coraggio.

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