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Non è un paese per gay.

Questo pomeriggio, navigando in Rete, mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Alessandro Capriccioli. Titolo: I campioni dell’omofobia. L’autore ha raccolto una serie di tristi e spaventose dichiarazioni omofobe di svariati politici. Tra luoghi comuni e follie discriminatorie, i politici mettono a nudo tutta la loro piccolezza mentale. Nel Rapporto 2010 sulla situazione dei diritti umani nel mondo, Amnesty International aveva già denunciato questa situazione. “Ci sono state nuove violente aggressioni omofobe”, scrivono quelli di Amnesty, i “commenti dispregiativi e discriminatori formulati da politici nei confronti di rom, migranti e persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender hanno alimentato un clima di crescente intolleranza” e “a causa di una lacuna legislativa, le vittime di reati di natura discriminatoria basati sull’orientamento sessuale e l’identità di genere non hanno avuto la stessa tutela delle vittime di reati motivati da altre tipologie di discriminazione”. Pochi giorni fa anche il Presidente Napolitano, dopo un incontro con dei rappresentanti di Amnesty, ha rilasciato importanti dichiarazioni a riguardo: «comportamenti ostili nei confronti di persone con orientamenti sessuali diversi. Si tratta di atteggiamenti che contrastano con i dettami sia della nostra costituzione, sia della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Non dobbiamo quindi ignorare l’invito del Parlamento Europeo a trovare misure efficaci per abbattere anche questo tipo di discriminazioni. E, mentre da una parte deve essere apprezzata l’apertura di imprese italiane e straniere nei confronti di persone con diversi orientamenti sessuali e diverse unioni di vita, dall’altra, occorre denunciare e contrastare in tutte le sedi, e innanzitutto in sede politica, con costanza e con fermezza le aggressioni fisiche, gli atti di bullismo, le provocazioni verbali, quali quelle che hanno investito anche un autorevole membro del Parlamento Italiano. […] E non bisogna sottovalutare i rischi che l’abitudine all’uso nel discorso pubblico di allusioni irriverenti, lesive della dignità delle persone, contribuiscano a nutrire il terreno sul quale l’omofobia si radica. L’ostentazione in pubblico di atteggiamenti di irrisione nei confronti di omosessuali è inammissibile in società democraticamente adulte. In altri paesi democratici persone che hanno dichiarato i loro orientamenti omosessuali hanno potuto raggiungere posizioni di grande rilievo, ricoprire alte cariche anche pubbliche. Un percorso di superamento di timori e rimozioni, nonchè di ostacoli alle carriere, è stato avviato da tempo anche in Italia, ma il nostro è un cammino che appare ancora lungo e difficile. Perciò è importante che la battaglia contro l’omofobia e le discriminazioni che ne derivano non sia condotta solo ad opera di meritorie avanguardie, ma divenga un ben più vasto impegno civile. Non disperdiamo un prezioso patrimonio di libertà e di tolleranza, guadagnato nel corso della nostra storia. Mancheremmo di rispetto nei confronti di chi, per costruire quel patrimonio, ha saputo battersi con intelligenza, rischiare di persona con coraggio».

==>Ecco le “perle” omofobe di alcuni politici italiani:

Roberto Calderoli (Lega Nord)

La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni. Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni

Non sopporto che, per difendere i loro diritti, gli omosessuali vadano in piazza conciati da checche

Il buon Dio ha fatto Adamo ed Eva e non Adamo e Giuseppe o Eva e Carla, per cui qualunque riconoscimento di famiglia fra Adamo e Giuseppe o tra Eva e Carla e’ un atto contro il buon Dio, contro la natura e soprattutto contro la famiglia, quella vera basata sull’amore e non sul solo rapporto sessuale. Abbiamo rifiutato, come nazione, gli ogm, gli organismi geneticamente modificati, in campo alimentare, ma poi andiamo ad autorizzare gli odg, gli organismi deviati non geneticamente. Vergogna!

E’ incredibile e paradossale che per poter essere tutelati e coccolati da questo governo e da questa Finanziaria ci si debba dichiarare delinquenti, drogati o culattoni, e quindi diversi

Gianfranco Fini (Fli)

Un maestro dichiaratamente omosessuale può fare il maestro? Io dico di no, perché ritengo che non sia educativo nei confronti dei bambini

Giancarlo Genitilini (Lega Nord)

Darò immediatamente disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni. I culattoni devono andare in altri capoluoghi di regione che so che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni o simili

Paola Binetti (Udc)

L’omosessualità è una devianza della personalità. Un comportamento molto diverso dalla norma iscritta in un codice morfologico, genetico, endocrinologico e caratteriologico

Renzo Bossi (Lega Nord)

Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga

Mara Carfagna (Pdl)

Non c’e’ nessuna ragione per la quale lo Stato debba riconoscere le coppie omosessuali, visto che sono costituzionalmente sterili

Rosy Bindi (Pd)

Meglio che un bambino cresca in Africa con la sua tribù che con una coppia di omosessuali

Pier Gianni Prosperini (ex An)

I gay garrotiamoli, ma non con la garrota spagnola, il collare che stringe lentamente la gola. Ma quella indiana degli Apache: cinghia di cuoio legata intorno alle tempie che asciugandosi al sole si stringe ancora

Sui gay bisognerebbe usare il napalm

Alessandra Mussolini (Pdl)

Meglio fascista che frocio

Mirko Tremaglia (Fli)

Povera Europa: i culattoni sono in maggioranza

Silvio Berlusconi (Pdl, Presidente del Consiglio)

I gay sono tutti dall’altra parte

Meglio essere appassionati di belle ragazze che essere gay

Clemente Mastella (ex Ulivo, ex Pdl, Popolari per il Sud)

Se cresce il mio partito non ci saranno né pacs, né pics, né pocs

Le unioni di fatto? Sì al riconoscimento dei diritti per le coppie eterosessuali. Ma il problema sono i gay

Ignazio La Russa (Pdl)

Una cosa sono i diritti individuali, e un’altra è equiparare il matrimonio naturale tra persone di sesso diverso con quello tra persone dello stesso sesso, finalizzato alla procreazione, perché quella è la ragione del fatto che il matrimonio sia protetto dal diritto pubblico: di questo non se ne parla

Rocco Buttiglione (Udc)

Sul piano politico e sociale sono contro ogni discriminazione contro i gay. Ma moralmente penso che [essere gay] sia sbagliato. Come non pagare le tasse

Umberto Bossi (Lega Nord)

Meglio noi del centrodestra che andiamo con le donne, che quelli del centrosinistra che vanno con i culattoni

[Bossi ammette di aver espulso dal partito un ragazzo perchè era:] Un ragazzo per bene ma era omosessuale. Quanti partiti democratici hanno omosessuali dichiarati, cioè donnicciole, nei loro posti chiave? Un omosessuale è persona di tolleranza fragile, instabile

La famiglia eterosessuale va difesa da chi vuole creare una dittatura massonica-comunista mondiale. Se passano le famiglie omosessuali che non hanno figli è necessaria l’immigrazione, e con essa l’ideologia che riesce a scardinare l’identità dei popoli. Se ritorna invece la famiglia eterosessuale, e con essa i figli, vincono i popoli e la democrazia

No alla famiglia omosessuale. Noi tolleriamo la diversità ma non accettiamo la dittatura di un modello sessuale artificiale

Matteo Salvini (Lega Nord)

I trans sono cessi immondi ed aborti della natura

Daniela Santanchè (Pdl)

Sono certa che tutti i genitori italiani sperano di avere figli eterosessuali

Pier Ferdinando Casini (Udc)

Altre forme di convivenza sono di serie B rispetto alla famiglia

Massimo D’Alema (Pd)

No, non sono favorevole al matrimonio tra omosessuali, perché il matrimonio tra un uomo e una donna è il fondamento della famiglia, per la Costituzione. E, per la maggioranza degli italiani, è pure un sacramento

Maurizio Gasparri (Pdl)

E’ indegno che un drappello di ministri partecipi a una manifestazione vergognosa come il gay pride

Carlo Giovanardi (Pdl)

Se uno è omosessuale è affare suo, ma se fa apertamente coming out non è più affare suo, la sua omosessualità diventa un manifesto politico

Il Bunga Bunga va bene, purché sia tra uomo e donna [bunga-bunga significa stupro anale punitivo, nda]

Luca Volontè (Udc)

Disgustoso strumentalizzare da parte di omosessuali politici la morte del ragazzo di Torino per giustificare la massiccia campagna di omosessualizzazione scolastica avviata dall’Arcigay

I fondatori della psicologia moderna descrivono l’omosessualità come patologia clinica

Giulio Andreotti (Udc, Svp e Autonomie)

Se la cosiddetta modernità vuol dire che addirittura si possa legiferare sulle unioni tra persone dello stesso sesso, si è veramente fuori dal giusto. Nel disegno di legge [quello sui Dico che veniva discusso in quei giorni, nda] c’è questo grosso problema: è lì dove si parla delle unioni di fatto tra persone anche dello stesso sesso. Questa cosa non mi va giù

Si andassero a rileggere Dante: i sodomiti nella Divina Commedia finiscono all’inferno. Non c’e’ un quarto girone che si crea per decreto legge

Gabriella Carlucci (Pdl)

Il PDL ed il centrodestra si sono battuti strenuamente per difendere la famiglia fondata sul matrimonio dagli attacchi, provenienti da sinistra, tesi ad un’odiosa equiparazione tra unioni civili e famiglia tradizionale

Condividete questo post! Che tutti sappiano chi votano!

Di Giovanni Ugo.

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25 aprile, festa della Resistenza.

Calpestato, umiliato, deriso, distrutto, abbandonato. Oggi “questo è il fiore del partigiano, morto per la libertà”. Un 25 aprile che vede (come sempre) il Presidente del Consiglio non partecipare a nessuna iniziativa per il ricordo dei caduti e per la loro commemorazione. Un esponente del Governo che cerca di eliminare il divieto di ricostituzione del partito fascista. Un Paese con gruppi neo-fascisti sempre più grandi e numerosi. Un’ignoranza abissale che continua a farci vivere nel regimetto berlusconiano.

Per ricordare, per festeggiare, ecco l’inno della Resistenza:
“Una mattina mi son svegliato
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.

O partigiano portami via
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
o partigiano portami via
che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e se io muoio da partigiano
tu mi devi seppellir

Seppellire lassù in montagna
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
Seppellire lassù in montagna
sotto l’ombra di un bel fior

E le genti che passeranno
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno
mi diranno che bel fior

Questo è il fiore del partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà”

E un grido: ORA E SEMPRE, RESISTENZA! Facciamo risbocciare il fiore della libertà.

Di Giovanni Ugo.

Ruby-gate. L’ultima sfida (forse già vinta) di Silvio Berlusconi.

E’ il 27 maggio 2010, ore 18.15. Siamo di fronte ad un centro benessere in corso Buenos Aires, a Milano. Parte una chiamata al 113, immediatamente una volante della polizia raggiunge il posto. A chiamare è stata una certa Caterina P. Ma chi è? E perché ha chiamato la polizia? Semplice, Caterina P. è una giovane milanese che, dopo una serata passata in discoteca, ha ospitato in casa sua, oltre ad altre 3 amiche, Karima Rashida el Marhug, in arte Ruby Rubacuori. Ed ha chiamato la polizia di Milano perché, dopo che lei e le tre amiche, quella mattina, erano scese a far colazione in un bar, ritornando a casa, non avevano più trovato né Ruby, né 3000 euro e qualche gioiello. Visto che è accusata di furto, verso le 22.25, Ruby viene trasportata da una volante del comandante Monforte alla Questura di Milano. Lì si scopre che viene dal Marocco e che è nata il 1 novembre 1992. Quindi è minorenne, e quindi viene avvisato il pm minorile di turno, che è Anna Maria Fiorillo. Il magistrato, verso le 23, dichiara al telefono che la ragazza va spedita «in comunità». Sono le 23 e 40 e sentiti i vari centri di accoglienza, tutti chiusi o indisponibili (cosa che, come vedremo, non è vera), i poliziotti decidono con il magistrato (come da norma) di far passare a Ruby la notte in Questura.

Fin qui sembra tutto semplice. Una minorenne marocchina senza documenti, tra l’altro data per scomparsa dalla famiglia nel 2009, viene denunciata di furto. La ragazza è minorenne e prima di spedirla in una qualche comunità, che vista l’ora tarda è stata trovato chiusa, deve passare la notte alla Questura di Milano. Eh no! Sono le 23.50 e nella questione interviene nientepopodimeno che il Presidente del Consiglio italiano, introdotto dal suo capo-scorta. Ecco il verbale della telefonata arrivata al capo-gabinetto della Questura di Milano Pietro Ostuni, (pervenuta alla stampa e ai pm perché nelle questure è regola registrare sempre le telefonate che partono e che arrivano, per dare futura memoria proprio a casi come questi): «So che da voi c’è una ragazza che è stata fermata. È una persona che conosciamo e dunque volevamo sapere che cosa sta succedendo. Anche il presidente la conosce, anzi aspetta che adesso te lo passo»; ed ecco Berlusconi: «Dottore, volevo confermare che conosciamo questa ragazza, ma soprattutto spiegarle che ci è stata segnalata come parente del presidente egiziano Mubarak e dunque sarebbe opportuno evitare che sia trasferita in una struttura di accoglienza. Credo sarebbe meglio affidarla a una persona di fiducia e per questo volevo informarla che entro breve arriverà da voi il consigliere regionale Nicole Minetti che se ne occuperà volentieri». E alle 2.00, quando Nicole Minetti arriva alla Questura accompagnata da Michelle, una escort brasiliana, Ruby viene lasciata andare per la sua strada. Andando anche contro le direttive del pm, che aveva ordinato di trattenerla almeno finché non fosse stata eseguita l’identificazione. Appena fuori dalla Questura, la Minetti se ne va e lascia Ruby nelle mani di Michelle Conceicao.

Riassume e commenta Marco Travaglio, dalle colonne del Fatto Quotidiano:
“Ma che fare se il poliziotto e il magistrato non si fanno comprare o non c’è tempo per corromperli? Si racconta che Ruby è la nipote di Mubarak (falso; ma, anche se fosse vero, la ragazza non avrebbe diritto ad alcun trattamento particolare), insomma si rischia l’incidente diplomatico con l’Egitto (falso); e che l’igienista dentale-consigliera regionale Nicole Minetti la prenderà con sé (falso, la scaricherà in casa di una escort brasiliana). Questo però non basta al pm dei minori, che raccomanda di tenere la ragazza in questura fino all’avvenuta identificazione o, in alternativa, di affidarla a una comunità protetta: allora si racconta al magistrato che è stata identificata (falso) e che non c’è posto in nessuna comunità protetta (falso, ce n’erano ben quattro disponibili, ma nessuna è stata chiamata, così come non è stato interpellato l’apposito ufficio comunale [da un’inchiesta del Corriere della Sera, nda]). Ce ne sarebbe abbastanza per far saltare il questore e il capo di gabinetto, ma il ministro Maroni ripete a pappagallo che «è stata seguita la normale procedura» (falso) ed «è tutto regolare» (falso).”

Le indagini preliminari del processo che diventerà addirittura il Ruby-gate, iniziano il 21 dicembre 2010. E dopo quattro mesi di intenso lavoro, soprattutto su decine e decine di tabulati telefonici, la procura di Milano, ovvero i pm Ilda Boccassini, Antonio Sangermano e Piero Forno, sono giunti ad alcune conclusioni molto interessanti. Oltre a Nicole Minetti, Lele Mora e Emilio Fede, accusati di induzione e favoreggiamento della prostituzione di 33 ragazze, il Premier invece è accusato di concussione e di prostituzione minorile. Le accuse alla quarta carica dello Stato, quindi, sono due: concussione e prostituzione minorile. L’accusa di concussione, e più precisamente quella di abuso di qualità, deriva dalla telefonata di Berlusconi a Ostuni, per metterlo sotto pressione. Leggiamo su Wikipedia, alla voce Concussione-Abuso di Qualità: “Il pubblico agente (in questo caso Berlusconi, nda) ‘abusa’ della propria qualità quando non si limita a dichiararne il possesso, o al limite, a farne sfoggio, ma, per il contesto, l’occasione, le modalità in cui viene fatta valere, essa appare priva di altra giustificazione che non sia quella di far sorgere nel soggetto passivo ‘rappresentazioni induttive o costrittive di prestazioni non dovute’, deve cioè assumere efficacia psicologicamente motivante.” Non ci sembrano dubbi. Il Premier ha sfruttato la sua posizione politica per fare pressioni su un capo di gabinetto affinché lasciasse libera una minorenne marocchina senza documenti accusata di furto. Anche sull’accusa di prostituzione minorile, i dubbi paiono ugualmente introvabili. E’ praticamente certo che Berlsconi abbia fatto sesso a pagamento con Ruby mentre era minorenne (naturalmente sapendolo). Infatti in 6 date Ruby è stata certamente ad Arcore: il 14 febbraio, il 24, 25 e 26 aprile, il 1 maggio, il 4 e il 5 aprile. La certezza è data grazie alla localizzazione del cellulare di Ruby dentro Villa Arcore. E superata la menzogna di Berlusconi che inizialmente ha detto di non sapere l’età di Ruby (perché allora avrebbe chiamato la Questura chiedendone l’affido se non sapeva che fosse minorenne?), l’unico dubbio da chiarire resta cosa diamine abbia fatto Ruby ad Arcore. Discussioni di filosofia e neuroscienze? Mi sa di no. Ecco ciò che evincono i pm dalle intercettazioni intrecciate dei diretti interessati. Leggiamo nell’avviso di chiusura delle indagini, come erano articolati i giorni in cui Ruby è stata ad Arcore: c’era
-una prima fase che prevedeva una cena
-una seconda fase definita “bunga bunga”, che si svolgeva all’interno di un locale adibito a discoteca, dove le partecipanti si esibivano in mascheramenti, spogliarelli e balletti erotici, toccandosi reciprocamente ovvero toccando e facendosi toccare nelle parti intime da Silvio Berlusconi
-una terza fase, a fine serata consistita nella scelta, da parte di Silvio Belrusconi, di una o più ragazze con cui intrattenersi per la notte in rapporti intimi, persone alle quali venivano erogate somme di denaro ed altre utilità ulteriori rispetto a quelle consegnate alle altre partecipanti

Questi sono i fatti. E fin qui sembra tutto semplice. Riassumiamo: una minorenne marocchina viene denunciata di furto e i poliziotti, visto che sono impossibilitati ad affidarla ad una qualche struttura di accoglienza, decidono consigliati dal magistrato di turno, di tenerla per la notte in Questura. Ad un certo punto, dopo che il Presidente del Consiglio chiama e mente dicendo che la ragazza è “la nipote di Mubarak” e chiede di lasciarla in affidamento ad una “sua persona di fiducia”, mentre le stanno facendo le foto segnaletiche arriva l’ordine del capo di gabinetto di lasciarla andare. E viene lasciata andare con Nicole Minetti, che dopo due minuti la scarica a sua volta ad una escort brasiliana. In più, si scopre che Ruby è stata svariate volte ad Arcore e che il Premier ha avuto rapporti sessuali retribuiti con lei, pur sapendo che era minorenne. I magistrati scrivono Silvio Berlusconi nel registro degli indagati per due reati: concussione per la telefonata e prostituzione minorile per le feste ad Arcore. Il gup decide di rinviare Berlusconi a giudizio immediato e fissa la prima udienza per oggi, il 6 aprile. Eh no! Un’altra volta l’Italia si dimostra il Paese delle burle e, soprattutto, degli impuniti. Per salvare il Premier nei guai, interviene nientepopodimeno che il Parlamento italiano. Dopo le polemiche giornaliere, arriva il fatidico giorno del voto. Ma cosa intendono votare per salvare anche questa volta Berlusconi dai suoi processi? L’osannato conflitto di attribuzione. Ora, il conflitto di attribuzione avviene quando due organi dello Stato affermano ognuno la propria competenza su certe azioni da intraprendere, su certe funzioni, o, come nel nostro caso, sulla competenza a giudicare certi fatti e certi imputati. Secondo il Governo e la maggioranza infatti. Berlusconi dovrebbe essere giudicato dal tribunale dei Ministri e non da uno ordinario, perché avrebbe fatto ciò che ha fatto, “nell’esercizio delle sue funzioni”. Le cose stanno così, il tribunale dei Ministri, secondo le norme contenute nella legge costituzionale del 16 gennaio 1989, deve giudicare i cosiddetti reati ministeriali, ovvero i reati che il Presidente e i Ministri hanno commesso “nell’esercizio delle loro funzioni”. Come avrete capito, non ha senso sottoporre Berlusconi al tribunale dei Ministri. Quale funzione del Presidente del Consiglio è atta a far pressioni su un capo di gabinetto per far rilasciare una prostituta marocchina accusata di furto Purtroppo, il Parlamento, con 314 sì e 302 no, ha deciso che invece dovrebbe essere proprio così. E ha rimandato la decisione alla Corte Costituzionale.

Oltre, come abbiamo appena visto, all’insensatezza della decisione, il Parlamento ha fatto anche un altro gravissimo danno. Il tempo. La decisione della Corte Costituzionale sulla competenza di questo processo, avverrà come sempre in due fasi. La prima giudicherà una preliminare ammissibilità, cosa che all’ANSA danno come “data per scontata in ambienti di Palazzo della Consulta, dal momento che ci si limiterà a riconoscere come titolati i due poteri dello Stato che hanno avviato il braccio di ferro” e che “sarà fissata non prima del prossimo autunno dal momento che i ruoli fino all’ultima udienza estiva del 5 luglio sono pressocché pieni”. Più gli almeno 60 giorni che serviranno a notificare l’ordinanza di ammissibilità. Più naturalmente il tempo che i giudici impiegheranno per arrivare a sentenza. Sempre l’ANSA, parla di “febbraio-marzo 2012”. Solo tempo ed energie perse.

Veniamo a questa mattina, dove alle 9.35 è iniziata la prima udienza del processo Ruby. Veramente è iniziata e subito finita davvero in un lampo: 9 minuti e 50 secondi, e l’udienza era conclusa. Giusto il tempo perché i giudici della quarta sezione penale (presidente Giulia Turri) facessero l’appello delle parti presenti in aula e rinviassero il processo al 31 maggio per le questioni preliminari. In questo pochissimo tempo il terzo avvocato del premier Giorgio Perroni ha letto una lettera di Berlusconi e una per ognuno degli altri due suoi legali, Ghedini e Longo, non presenti per “impegni parlamentari”, ma anche che “Berlusconi ha intenzione di seguire tutte le udienze di questo processo”. E tutto rinviato al 31 maggio.

Con un Premier così e un Parlamento così, sembra proprio che la strada di questo Paese, più che una strada, sia diventata un marciapiede.

 

Di Giovanni Ugo.

L’Aquila, 2 anni dopo.


2 anni. 24 mesi. 730 giorni. 17 520 ore. E si potrebbero calcolare anche i minuti, anche i secondi. 2 interi anni, e il nulla. Cioè, passerelle politico-mediatiche ce ne sono state, certo, anche di promesse ce ne sono state, certo e anche la “grande ricostruzione” era stata immediatamente annunciata, certo. Ma dopo 2 anni, con i riflettori spenti, le cose non sono affatto cambiate. Certo.

Noi di Pensieri inFormazione proponiamo a tutti i lettori un minuto di silenzio: quando ce la sentiamo, quando ne abbiamo la forza, per ricordare il dolore di tutti gli aquilani. Un dolore che continua anche oggi, grazie ad una politica che se ne strafrega di loro. Un solo minuto di silenzio, quindi, per ricordare quell’ora fatidica, le 3.32 del 6 aprile 2009. E per dare un abbraccio ai terremotati, anche se virtuale ed interiore, da tutta l’Italia.

Un toccante video che può accompagnare il nostro minuto di silenzio:

 

Di Giovanni Ugo.

La riforma dei giudici.

Riforma, riforma, la parola che è diventata mantra della politica italiana da quasi vent’anni a questa parte è tornata ostinatamente a ronzare nelle orecchie degli italiani in questi ultimi giorni. E per una cosa estremamente importante, la Giustizia. A sentire il Premier e il suo compare Angelino Alfano, che della Giustizia è pure il Ministro, sembrerebbe una cosa grandiosa. Ma prima di iniziare a raccontare le eroiche imprese del duetto delle Giuste meraviglie, ecco una piccola parentesi, per toglierci un sassolino dalla scarpa e un pesetto dalla coscienza: il nostro ministro è infatti protagonista di un ambiguo episodio nel lontano 1996, la partecipazione al matrimonio della figlia di Croce Napoli, boss mafioso palermitano morto nel 2001; molto più grave, secondo il pentito Ignazio Gagliardo, Al Fano (Travaglio dixit) «sputa nel piatto in cui ha mangiato», perché «ora disprezza la mafia, ma ci chiese voti». Su che tipo di persona, pardòn, di imputato, sia Berlusconi, invece, ne sappiamo già abbastanza.

Tornando alla riforma costituzionale, «che porterà cambiamenti epocali», Berlusconi ha annunciato in un messaggio ai Promotori della Libertà: «Il grande Alexis de Toqueville diceva: ‘Tra tutte le dittature la peggiore è quella dei giudici’. Ecco con questa riforma noi cercheremo di evitare che questo ci accada», ha detto che dal ’94 «la volontà era quella di mettere mano a una riforma della giustizia ma i nostri sforzi sono stati puntualmente vanificati perché una componente della maggioranza, Fini e i suoi, sono rimasti giustizialisti e statalisti e si sono messi sempre di traverso in accordo esplicito delle correnti di sinistra della magistratura». Il Premier ha poi proseguito con un piccolo avvertimento-minaccia alla sinistra, «sono convinto che il testo che presentiamo al Parlamento sia un testo molto equilibrato, che metterà alla prova l’effettiva credibilità della sinistra e la sua disponibilità al dialogo» ed una minaccia vera e propria, più esplicita e autoritaria, verso i suoi, contro il rischio distacco, «chi questa volta si tirerà indietro non avrà nessuna giustificazione». «Non è una legge ad personam», ha sottolineato più volte il Premier, concludendo in bellezza con qualche auto-elogio: «sono coraggioso, temerario forse anche un po’ eroico e matto».

Il simpatico Premier pazzerello la ha, appunto, definita “epocale”. Ma qualcun altro, precisamente il giornalista Marco Travaglio, l’ha contraddetto così, nella sua rubrica settimanale Carta Canta, sull’Espresso:
“Sono 17 anni che si annuncia la ‘grande riforma della giustizia’. Ora, bontà sua, Silvio Berlusconi ne minaccia una ‘epocale’. Purtroppo si tratta dell’ennesima riforma non della giustizia, ma dei giudici: stravolgerà i capisaldi costituzionali dell’indipendenza della magistratura, dell’unicità delle carriere, dell’obbligatorietà dell’azione penale, dell’autogoverno del Csm.
Ma, se mai entrerà in vigore, non accorcerà di un nanosecondo la durata dei processi, universalmente nota come la prima piaga della giustizia italiana: perché non sfiora neppure i meccanismi farraginosi della procedura penale, ma investe soltanto gli assetti della magistratura. Quanto alla sua prodigiosa ‘epocalità’, vien da sorridere, visto che il progetto Berlusconi-Alfano sa di muffa, essendo copiato per metà dal ‘Piano di rinascita democratica’ piduista di Licio Gelli (1976) e per metà dalla bozza Boato della Bicamerale D’Alema (1998).
A giudicare dall’attesa spasmodica seguita all’annuncio-minaccia del premier e del Guardasigilli ad personam, si direbbe che la giustizia italiana soffra di penuria di riforme. Balle: ne ha avute fin troppe.”

“Infatti sono state 200 le leggi approvate in materia penale dal 1994”, quasi tutte scritte per abbreviare i processi, che quasi tutte hanno vieppiù allungato. E visto che sembra che nemmeno questa volta le cose saranno diverse, ecco, nei suoi punti principali, la riforma costituzionale che, sempre secondo Travaglio, «porta il sistema, porta l’Italia a una dittatura, a un modello fascista, quello in cui è il governo a controllare l’azione penale, a dare le direttive alle procure su quali reati perseguire e quali tralasciare»:

Separazione delle carriere. Il “cardine” della riforma, secondo il ministro Alfano. Ora è possibile il cambio da giudice a pm e viceversa, ma solo spostandosi da un distretto giudiziario ad un altro. In futuro invece, secondo la riforma, le carriere di giudici e pm saranno separate e non saranno più possibili cambi. Con l’aiuto del blog Toghe Rotte, del magistrato Bruno Tinti, cerco di chiarirvi alcuni punti fondamentali per capire qual è lo sbaglio di fondo, dovuto spesso all’ignoranza dei “non addetti ai lavori”, nell’idea di separazione delle carriere:
“Cosa fa il PM? Riceve le denunce (dei privati e della polizia), raccoglie gli elementi di prova che gli sono forniti dai denuncianti; delega alla polizia, quando lo ritiene necessario, di raccogliere altri elementi di prova, impartendo istruzioni (per esempio: andate a cercare il marito della signora che abita al piano terra dell’alloggio dove è avvenuto il furto, ricordate? E chiedetegli etc. etc.); raccoglie lui stesso altri elementi di prova se lo ritiene necessario (per esempio, interroga lui stesso il marito della signora etc. etc.). Quando ha finito, nel senso che gli sembra che ha fatto tutto il possibile per raccogliere gli elementi di prova necessari per accertare quello che è successo, compie una valutazione: questi elementi di prova mi convincono che l’imputato (che in realtà in questa fase si chiama indagato, sia mai che qualcuno mi contesti l’imprecisione) è innocente; oppure, mi convincono che è colpevole. Nel primo caso decide di chiedere al GIP di archiviare o pronunciare sentenza di non doversi procedere (processualmente ci sono differenze ma qui non ci interessano). Nel secondo caso decide di rinviare a giudizio l’indagato avanti al Tribunale (oppure, in certi casi, davanti al GIP che deciderà se rinviarlo a giudizio oppure no; trattasi di un ulteriore filtro a garanzia dell’imputato).
Cosa fa il giudice quando il PM ha deciso di mandare l’imputato davanti a lui perché gli si faccia il processo? Esamina tutti gli elementi di prova raccolti dal PM e gli altri che la difesa eventualmente produce (probabilmente alcuni sono stati già prodotti prima, altri lo saranno solo in questo momento). Se non gli bastano e pensa che sia necessario acquisire altri elementi, dispone che vengano acquisiti. Dopodiché si trova esattamente nella stessa situazione in cui si è trovato il PM alla fine delle indagini: deve compiere una valutazione; queste prove mi convincono che l’imputato è innocente; oppure mi convincono che è colpevole; ed emette la sentenza del caso.
Differenze. Qual è dunque la differenza professionale tra PM e giudice? Io non riesco proprio a vederla. E’ naturale che il PM che si è convinto, alla fine delle indagini, che l’imputato è colpevole, sosterrà questa tesi al dibattimento (sempre che non arrivino nuove prove che lo convincano che invece è innocente, nel qual caso chiederà l’assoluzione). Così come è naturale che il giudice che si è convinto, alla fine del dibattimento, che l’imputato è colpevole, scriverà una sentenza di condanna in cui accuserà l’imputato (sempreché non si convinca che invece è innocente, nel qual caso scriverà una sentenza di assoluzione). Non si tratta proprio dello stesso lavoro?”

Filippo Facci ha invece sostenuto la separazione delle carriere in un’intervista-confronto con Marco Travaglio nell’edizione del Tg di La7 del 10 marzo scorso. Spiega Facci, che «la separazione delle carriere c’è in tutto l’Occidente, è chiaro che un pm non può essere giudicato da un collega». E con questo veniamo ad un altro dei punti fondamentali della convinzione di Berlusconi, del suo “Guardasigilli ad personam” (Travglio dixit), dei suoi servi e dei suoi giornali di partito. La tesi che se le due carriere fossero unite, i giudici tenderebbero certamente a favorire i colleghi, ovvero “l’accusa” che comunque, come abbiamo visto, non accusa, ma cerca la verità. Perché non è così, ce lo spiega meglio, ancora Tinti:
“Amicizia. Alcuni hanno rilevato che è il rapporto di amicizia che lega due persone che appartengono alla stessa carriera che non va bene; perché il giudice sarà portato a privilegiare le tesi del PM suo collega più di quelle dell’avvocato.
Devo dire che trovo questo argomento un po’ irritante: in realtà chi lo propone è qualcuno che, evidentemente, pensa che sia normale agire in questo modo, tradendo il proprio dovere; forse lui, in questa situazione, farebbe proprio così. Ma in realtà nelle aule giudiziarie non va affatto in questo modo; anzi spesso succede il contrario. Un po’ perché il giudice sa che questo sospetto aleggia su di lui, e quindi è particolarmente attento e severo nei confronti del PM; un po’ perché, tra colleghi, c’è sempre una forte rivalità professionale: ‘sarai mica tu che mi vieni a spiegare quello che devo fare?’ In tanti anni io ho dovuto spessissimo combattere le mie più aspre battaglie giudiziarie con i giudici più che con le difese. Ma poi, se questo argomento fosse fondato, quante carriere dovremmo separare? I giudici di appello, quelli che decidono se confermare o cassare le sentenze emesse dai giudici di tribunale, sono stati, magari fino al giorno prima, giudici di tribunale anche loro. Magari hanno lavorato nella stessa sezione del tribunale che ha emesso la sentenza che debbono riformare o confermare; magari sono proprio amici dei giudici che l’hanno scritta, ci hanno lavorato fianco a fianco per anni. Che si fa, carriere separate per giudici di tribunale e giudici di appello? E poi, e i giudici di cassazione? Anche loro provengono dai tribunali e dalle corti di appello di tutta Italia; magari conoscono benissimo il collega che ha scritto la sentenza che dovranno riformare, rilevando (che è una cosa seccante per un giudice) errori di diritto. Che si fa? Carriere separate anche per i giudici della cassazione? Che nessuno abbia mai pensato a soluzioni del genere dimostra che, evidentemente, la molto pubblicizzata separazione delle carriere tra PM e giudici ha finalità inconfessabili, ben diverse da quelle sbandierate.”

Infine, un’altra questione importante che la riforma andrebbe ad intaccare: la preparazione professionale dei magistrati. Lo spiega Travaglio, nella sopracitata intervista a La7, così: «Separazione delle carriere, il risultato qual è? E’ che il pm non potrà fare prima un’esperienza da giudice e quindi sarà molto meno equilibrato, meno equo e molto più “giustizialista”. Ci conviene? No.».

Doppio CSM. Su due fronti, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, sembra disastroso. Il primo: i costi. Anche se il deputato Pdl Maurizio Paniz è convinto che il tutto «è a costo zero, assolutamente», ci spiega Piergiorgio Morosini, segretario di Magistratura democratica che «una nuova struttura da edificare significa costi aggiuntivi perché determinate commissioni si devono riprodurre, determinate competenze sono previste sia per i giudici sia per i pubblici ministeri, vanno costruiti nuovi organigrammi. E questo porta non dico a un raddoppio secco ma a un ampliamento significativo dei costi». Oggi, un solo Csm ci costa almeno 26 milioni di euro, che arriveranno prima del 2013 ad almeno 35. Visto che gli organi diventeranno tre (Csm giudici, Csm pm una nuova Corte di disciplina), «i costi se non saranno triplicati saranno quantomeno raddoppiati di sicuro», fa notare Donatella Ferranti, capogruppo Pd in commissione Giustizia. Conclude Morosini: «questa riforma impone costi aggiuntivi assolutamente negativi per il bilancio della giustizia, già decurtato progressivamente negli ultimi tre anni». In conclusione infatti «da un lato si annuncia l’austerity, dall’altro si annunciano misure in controtendenza con l’esigenza di ottimizzare le risorse».

Il secondo fronte di scontro su questo punto della riforma, più grave forse dei costi, è incentrato su chi debbano essere i componenti dei Csm e della Corte di disciplina. Adesso, i componenti sono per due terzi magistrati e per un terzo “laici”, ovvero politici eletti dal Parlamento. Con la riforma, sia nei due Csm sia nella Corte di disciplina, diventeranno metà “togati” e metà “laici” (inoltre, come fa notare Eugenio Scalfari su La Repubblica, i laici saranno eletti dal Parlamento, a maggioranza semplice, facendo si che non possano essere eletti rappresentanti dell’opposizione), staranno in carica 4 anni e non potranno essere ricandidati. Osserva Travaglio: «così la politica potrà mettere le mani sui magistrati più liberi e più pericolosi per il potere, cioè più utili per i cittadini. Ci conviene? No.».

Inappellabilità sentenze di assoluzione. Avevano già tentato di introdurla con la cosiddetta “legge Pecorella”, poi giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 26 del 6 febbraio 2007. Uno dei maggiori giuristi italiani, Franco Cordero, si oppose allora alla disastrosa legge Pecorella e torna oggi in prima linea contro la riforma costituzionale di Alfano. Scrive Cordero su La Repubblica:
“Infine, riappare un’idea graziosamente asinina, già liquidata dalla Consulta (6 febbraio 2007 n. 26): che il proscioglimento non sia più appellabile dal pubblico ministero. Qualcuno invoca esempi anglosassoni, non vedendo l’enorme differenza: i verdetti delle giurie non sono mai appellabili, da nessuna delle parti, assolvano o condannino, perché quel consesso a dodici teste sostituisce antichi giuramenti purgatori, ordalie, duelli ossia decisioni a fondamento non razionale (tale era anche il vere dictum, prodotto d’ empatia comunitaria); l’ appello, strumento romano, mira al rifacimento critico; e se la condanna è appellabile, deve esserlo anche il proscioglimento, avendo due facce l’ errore possibile; i contraddittori stanno su piedi diseguali quando uno perda il rimedio concesso all’avversario. Lo vieta l’art. 111 Cost. né basta immettervi una deroga: vi osta l’ art. 3, implicante simmetrie fondamentali; e toccare l’ art. 3 (siamo eguali davanti alla legge, con i sottintesi sviscerati dalla Corte) non è più revisione costituzionale; sarebbe il collasso dell’ordinamento e salto indietro al potere arbitrario d’ un dominante.”

Polizia giudiziaria. Anche la modifica dell’articolo 109 della Costituzione, titolo IV (la Magistratura) ha suscitato repliche indignate da parte di moltissimi magistrati, che hanno trovato conferme, tra l’altro, nella proclamazione dello stato di agitazione da parte dell’Associazione nazionale magistrati. L’articolo in questione sarà cambiato da “L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria” a “Il giudice e il pubblico ministero dispongono della polizia giudiziaria secondo le modalità stabilite dalla legge (ordinaria)”. Tra tutte, spicca la voce del procuratore antimafia Antonio Ingoria, che ha parlato della riforma in un’intervista pubblicata sull’Espresso: «il parziale svincolamento della polizia giudiziaria dal pubblico ministero, che non avrà più la direzione e il controllo delle indagini: se questo avviene si sposta il baricentro ancora una volta verso la politica, sottraendo il controllo ad un potere autonomo.». E Cordero, sempre sulla Repubblica, nell’articolo La giustizia secondo il re dei caimani, ne parla così:
“Secondo colpo letale. I magistrati requirenti dispongono ‘direttamente della polizia giudiziaria’ (art. 109 Cost.): nel sistema perverso che B. spaccia come ‘riforma epocale’, perdono la guida del caso, ridotti a organi d’ un lavoro grafico o vocale sui materiali ricevuti; li fornisce una polizia ubbidiente ai superiori anche nei passi investiganti; e diventano possibili interferenze da strateghi occulti.”
Se infatti la Polizia, i Carabinieri e la Guardia di Finanza che dipendono dal Governo, non hanno le “spalle coperte” da almeno un magistrato, sarà praticamente impossibile che svolgano indagini autonome, magari con il rischio di beccarsi qualche “seccatura” seria.

Responsabilità civile dei magistrati. Sono 5 righe che hanno fatto e che faranno discutere, quelle che andranno ad aggiungersi come “Sezione II – bis” all’articolo 113 della nostra Costituzione:
“I magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato. La legge espressamente disciplina la responsabilità
civile dei magistrati per i casi di ingiusta detenzione e di altra indebita limitazione della libertà personale. La responsabilità civile dei magistrati si estende allo Stato”.

Prima di qualunque altra considerazione, sullo scopo del testo, sorge una domanda: i magistrati italiani sono davvero così impreparati, così negligenti, così cialtroni e così faziosi che sbagliano sempre e perseguitano di continuo senza motivo i poveri cittadini onesti, da far diventare strettamente necessaria un’aggiunta alla giurisdizione per “perseguirli” ulteriormente? La risposta è semplice: assolutamente no. Si pensi solo che negli ultimi dieci anni solo l’1,3% dei magistrati è stato rimosso per gravi illeciti disciplinari e che negli ultimi tre anni, è toccato solo a 7 magistrati.

Dunque non ce ne sarebbe così bisogno, e considerando i problemi che sto per illustrarvi, proprio non dovrebbe esserci. Scrive su La Stampa Paolo Festuccia:
“Fuori dal ‘giuridichese’ significa che «con questa riforma – annota il presidente dell’Anm, Luca Palamara – si passa dal principio di responsabilità indiretta a quello di responsabilità diretta». Come dire, oggi nel caso di gravi colpe o dolo, del magistrato il cittadino intenta causa allo Stato (che poi, eventualmente cita in giudizio il giudice); quando, invece, il disegno di legge costituzionale approvato ieri dal consiglio dei ministri diverrà legge a tutti gli effetti potrà chiamare in giudizio direttamente il giudice. «E questo significherà – sottolinea l’ex consigliere del Csm, Giuseppe Maria Berruti – che ogni persona che perderà una causa, e ciascuno crede di averla persa ingiustamente, potrà fare causa al suo giudice». Con un primo risultato: altri processi e indennizzi. Già, oggi le richieste «per colpa o ingiusta detenzione sono migliaia, figuriamoci se la riforma dovesse parlare»: 1382 denunce solo lo scorso anno, mentre negli ultimi dieci anni lo Stato ha sborsato circa 400 milioni di euro.
Del resto le cifre non impiegano molto a lievitare: 235,83 euro per ogni giorno di reclusione ingiusta (117,91 in caso di arresti domiciliari) con un tetto massimo di risarcimento di 516mila di euro e spicci. Si pensi, che le richieste viaggiano al ritmo di oltre mille l’anno e più o meno 500 sono quelle che giacciono solo sul tavolo della Corte d’appello di Napoli. Senza poi tener conto di quelle intentate ai sensi della ‘Legge Pinto’ sulla ragionevole durata dei processi (al dicembre scorso 475 casi giacevano alla Corte Europea): migliaia per ogni Corte d’appello con risarcimenti milionari attraverso il ministero dell’Economia.”

Una spesa del tutto inutile quindi, visto anche che questa modifica non servirà ad altro che a rallentare e paralizzare il sistema, già ad oggi del tutto inefficiente. Forse, però, Luca Palamara il Presidente dell’Anm, una motivazione “a sostegno” della riforma è riuscito a trovarla. Afferma infatti che la riforma «colpendo sulla responsabilità civile altro non fa che tentare di mettere in ginocchio l’autonomia dei magistrati. Nel processo ci sono sempre diverse parti e una di queste sarà sempre scontenta della decisione presa dal giudice ed agirà nei confronti di questo. Ciò potrebbe portare il giudice ad una decisione diversa da quella che avrebbe preso altrimenti». Lo spiega anche Cosimo Fermi, segretario di Magistrature democratica: «perché se il giudice è colpito da azioni strumentali che tendono a indebolirlo, ciò comporta a un inevitabile indebolimento. Lo si rende vulnerabile, e sottoposto costantemente ai condizionamenti del ricatto psicologico. E’ chiaro, allora, che ciò si tramuterà anche in una minore produttività».

Obbligo dell’azione penale. L’ultimo punto importante della riforma. E anche se stremati, vediamolo. L’articolo 112 della Costituzione repubblicana, dice così: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale.” Semplice no? No. Sarà che forse il Ministro l’ha letto troppo distrattamente o mentre faceva altro, fatto sta che ha deciso di cambiarlo, aggiungendo sei paroline in fondo: “secondo i criteri stabiliti dalla legge”. Le paroline sono sei, ma ciò che fanno cambiare è un universo a sé. La situazione, oggi, è questa: un magistrato che riceve da un giornale, da un poliziotto, da un qualunque cittadino, una notizia di reato ha l’obbligo di indagarci su, di verificare ed eventualmente di chiedere la pena o di assolvere e mandare tutti a farsi i fatti propri come prima. Ora no. Ora, anche se un magistrato ricevesse una qualunque notizia, o peggio, una prova di reato, non potrebbe indagare: infatti sarà il Parlamento, ovvero la maggioranza a decidere il «prius» dei problemi da seguire. Lo ha spiegato in una conferenza stampa, destreggiandosi in una giungla di “cioè”, Angelino Alfano:
«Cioè, oggi cosa è successo, che un principio sacrosanto come quello dell’obbligatorietà dell’azione penale, talmente sacrosanto che abbiamo voluto mantenerlo, è stato di fatto, anche per necessità, senza malafede da parte dei pubblici ministeri, trasformato nel suo contrario. Ne è stata capovolta la finalità, cioè, siccome bisogna perseguire tutti i reati e siccome non ho tempo di farlo scelgo io pm, cioè il principio dell’obbligatorietà cioè il principio di perseguimento e di persecuzione di tutti i reati si è trasformato nel suo contrario, cioè nell’assoluta discrezionalità nel perseguire reati, cioè il pm sceglie cosa perseguire. Noi abbiamo voluto togliere il manto di ipocrisia al principio dell’obbligatorietà mantenendolo nella sua essenza.».

Praticamente quindi, «il Parlamento che in funzione dell’allarme sociale che raccoglie dalla base, dalla gente, dai territori, indica in base all’allarme sociale un elenco di priorità».

Ha replicato Travaglio, nella puntata del 17 marzo di Annozero:
«Con la riforma Alfano sarà il Parlamento, cioè la maggioranza su indicazione del ministro della Giustizia, a dire ogni anno alle procure quale reato devono perseguire e quali devono tralasciare e secondo voi, i reati tipici dei politici e dei loro finanziatori, saranno fra quelli prioritari da punire? Basta leggere certe dichiarazioni quando un politico finisce sotto inchiesta per capire che in genere non considerano gravi i reati come l’abuso di ufficio, la corruzione, la concussione, il finanziamento illecito, la truffa, i reati finanziari, fiscali, ora anche la prostituzione minorile si è aggiunta all’ultimo momento. Quelli gravi sono sempre i furti, le rapine, l’immigrazione clandestina e gli omicidi, salvo che qualcuno di loro cominci ad ammazzare altrimenti pure l’omicidio diventa un reato minore».

E Franco Cordero, ne sopracitato articolo su La Repubblica:
“Cominciamo dall’azione penale. È potere esclusivo del pubblico ministero: la esercita imputando a qualcuno l’ ipotetico reato; così instaurai processi, il cui solo possibile esito è la sentenza; e ha l’ obbligo d’ agire (art. 112 Cost.), ogniqualvolta l’ accusa risulti sostenibile; può astenersene solo col permesso del giudice, finché nuovi materiali o i precedenti, diversamente valutati, non esigano una riapertura delle indagini. Le scelte discrezionali sono un lusso che possono permettersi paesi dalle midolla politiche sane, dove il governo paghi cari i trucchi o le omissioni: supponendo che gli uffici dell’accusa dipendano dal potere esecutivo, ne risponde il ministro; e dati i costumi parlamentari italiani, nessuno vi fa caso. Ancora meno auspicabile sarebbe un pubblico ministero agente sovrano, che non risponda a nessuno. Insomma, sotto le lune d’ Italia l’ azione obbligatoria non ammette alternative. Perciò le res iudicandae penali sono indisponibili: l’ attore pubblico non può desistere; se cambia idea, concluda a favore dell’imputato; come stiano le cose, lo dirà il giudice, assolvendo o condannando secondo parametri legali. Che una legge regoli le priorità del lavoro, sta nell’ elucubrabile, sebbene materie simili escludano criteri rigidi, troppe essendo le variabili da calcolare, ma è idea matta l’ improcedibilità dei casi scomodi all’esecutivo (dormano, ibernati, finché venga un turno indefinitamente rinviabile). Vuol rendersi utile il ministro? Fornisca all’apparato i mezzi necessari.”

E Antonio Ingroia, nella sopracitata intervista su L’Espresso: «Quando si parla di obbligatorietà dell’azione penale e di criteri di priorità decisi dal Parlamento significa introdurre un controllo sull’azione penale: c’è minore obbligatorietà e più discrezionalità politica».

Ci troviamo quindi di fronte ad una vera e propria violazione della Costituzione e ci avviamo ancora di più verso il collasso della martoriata Giustizia italiana.

Una Giustizia, che diventa giustizia con la minuscola. O nemmeno quella?

 

Di Giovanni Ugo.

Terremoto in Giappone.

Sono arrivati ad almeno 110 i morti e 350 i dispersi finora stimati, provocati  dal terremoto con annesso tsunami avvenuto questa notte in Giappone. La forza delle scosse ha raggiunto gli 8,9 magnitudo e le onde si sono alzate fino a dieci metri e invaso le coste anche per cinque  chilometri. Per una centrale nucleare, quella di Onagawa, è stato dichiarato lo stato di emergenza perchè il raffreddamento del reattore non sta riuscendo come dovrebbe.

-Il link della diretta fotografica dell’ANSA

-Una mappa delle zone colpite

-Videostory dell’ANSA sulle ultime degli esperti e dei testimoni

Qualche immagine dei disastri (tratte dall’ANSA):

Qualche video sul sisma:

 

Di Giovanni Ugo.

Il Cattivo Testamento.

C’erano già il Vecchio e il Nuovo Testamento, ma al Vaticano hanno deciso che ne sarebbe servito anche un altro. Quello Cattivo, o “testamento biologico”. Quello che dovrebbe colmare il gigantesco vuoto normativo presente da anni in Italia. Anche se avevano già provato a colmarlo nel ’99 sedici deputati dell’Ulivo, ci avevano provato nel 2000 tre senatori verdi, riuscendo a far approvare in seguito anche una legge sulla legalizzazione dell’utilizzo di analgesici oppiacei, era stato proposto qualcosa pure nella XIV legislatura e, infine, si erano moltiplicati in modo esponenziale gli sforzi per ricominciare i lavori sulle“Disposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari” nel 2008 con il Governo Prodi, grazie alla spinta di Ignazio Marino e grazie all’esplosione del caso di Eluana Englaro, interrotti e vanificati però dalla fine anticipata della legislatura. Due anni fa, le pressioni vaticane da una parte e quelle di molti cittadini scossi dal caso Englaro dall’altra, hanno ricominciato a farsi sentire e qualcuno, unicamente però nel nome della CEI e dell’elettorato cattolico  pro-life (il dubbio, comunque, resta su chi siano gli anti-life), ha ricominciato ad opporsi al testamento biologico. Più precisamente, quel qualcuno è il senatore Raffaele Calabrò (strano a sentirsi di un politico, ma sembra che il senatore non abbia commesso crimini -tranne quello perlomeno morale di essere senatore del gruppo PdL- né sia mai stato indagato). Ancora più precisamente, il senatore non si “oppone” al testamento biologico, ma semplicemente vorrebbe renderlo del tutto inutile ed inutilizzabile con un disegno di legge di cui è il relatore e soprattutto promotore principale. Il cosiddetto, appunto, ddl Calabrò. Che è stato approvato al Senato il 26 marzo del 2009, dai 150 voti favorevoli dei senatori del PdL e della Lega Nord, ed i 123 contrari del Pd e dell’IdV. Probabilmente gli onorevoli che hanno votato a favore delle “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento” si erano dimenticati l’importanza della libertà dei cittadini rispetto alle cure mediche, quella che per esempio è stata scritta e garantita nella nostra Costituzione, all’articolo 32: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”. Vediamo allora e cerchiamo di capire questo famigerato, odiatissimo e “oscurantista” (Di Pietro dixit) disegno di legge.

“Il testo rimane orrendo, contraddittorio, poco comprensibile, verboso, illiberale; ma ha almeno perso lo sfrontato carattere di legge criminale che aveva nella prima versione. Le modifiche non appaiono casuali; qualcuno deve essersi reso conto che la legge sarebbe andata incontro a una sicura bocciatura della Corte Costituzionale, non senza prima aver seminato grandi sofferenze e serissimi problemi di applicazione. Naturalmente il potere integralista ha notato le modifiche, e le prime messe in guardia sono già apparse sui suoi organi di stampa; rimane dunque incerto il destino ultimo del ddl. Cerchiamo adesso di capire cosa accadrebbe se il ddl diventasse legge.”, scrivono gli attenti e informatissimi Chiara Lalli e Giuseppe Regalzi, sul loro blog, Bioetica. Allora, cerchiamo di capirlo, attraverso i termini fondamentali di questo tipo di legislazione e ascoltando i pareri di qualche esperto.

Prima di tutto però, leggiamo il ddl nella sua prima versione, per farci un’idea delle spaventose idee del legislatore.

Per capirci qualcosa e districarci nel “verboso” disegno di legge, è fondamentale consultare questo mini-dizionarietto:
-Consenso informato? Nella prima versione della legge, all’articolo 1, si sarebbe voluto impedire anche a chi è in perfette condizioni fisico-mentali e quindi in grado di decidere in perfetta lucidità e autonomia, di rifiutarsi di ricevere un qualunque trattamento sanitario. Questa proposta indecente è stata cancellata nell’ultima versione del ddl, che verrà discussa alla Camera dopo il 18 marzo ma che resta comunque pericolosamente ambigua: “[la presente legge] vieta ai sensi degli articoli 575, 579 e 580 del codice penale ogni forma di eutanasia e ogni forma di assistenza o di aiuto al suicidio, considerando l’attività medica esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all’alleviamento della sofferenza”. Infatti la dicitura “ogni forma di eutanasia” è ambigua perché potrebbe essere considerata eutanasia anche il rifiuto delle terapie da parte di un cittadino, mettendo quindi sia il medico sia il paziente in una situazione di illegalità. Sempre all’articolo 1, ma al comma 2, è interessante vedere come è stato modificato il testo dalla prima versione alla seconda. Prima versione: “L’attività medica, in quanto esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all’alleviamento della sofferenza non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”. La seconda versione la si ricava togliendo le parole in corsivo dalla prima. In più, per chi volesse nominare qualcuno affinché diventi la propria voce se lo stato di incoscienza dovesse sopraggiungere, farà meglio a rinunciare. Infatti, il fiduciario dovrebbe avere “come scopo esclusivo la salvaguardia della salute psicofisica dell’incapace”. Dunque, niente sospensione delle cure.
-Dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT)? Le dichiarazioni anticipate di trattamento del paziente con il ddl Calabrò si potranno fare, in previsione di una futura perdita della capacità di intendere e volere. Prevedono la nomina di un fiduciario. Non sono obbligatorie e durano 5 anni; non sono vincolanti. Scrivono però, nel blog Bioetica, che, se qualcuno chiedesse delle DAT nel ddl Calabrò, “la risposta sarebbe: non si capisce”. Nella prima versione del ddl infatti, all’articolo 5 comma 3, Calabrò scriveva che i trattamenti sanitari che potevano essere rifiutati dovevano essere “sperimentali invasivi o ad alta rischiosità”. Ora si parla solo di “trattamenti sanitari” in generale. Ma in più non si capisce chi possa usufruire delle dichiarazioni anticipate e in che modo. Semplicemente: boh!
-Rifiutare l’alimentazione e l’idratazione forzate? Articolo 6, comma 3: “In armonia con la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, fatta a New York il 13 dicembre 2006, l’alimentazione e l’idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita. Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento.” La Convenzione delle Nazioni Unite non parla assolutamente di ciò che è scritto nella legge, Calabrò se lo è inventato di sana pianta. E comunque, la risposta alla domanda se sia possibile rifiutare le terapie sanitarie da parte del cittadino, cosciente o no, è la stessa che avrebbe dato un qualunque cardinal Bagnasco, assolutamente no, prchè considerate “sostegno vitale” e non “terapia”.
-DAT vincolanti per i medici? Nella prima versione del ddl le DAT non erano né obbligatorie né vincolanti. Nella seconda invece, leggiamo all’articolo 4, comma 1: “le dichiarazioni anticipate di trattamento non sono obbligatorie ma sono vincolanti, fatte salve le previsioni dell’articolo 7”. Al comma 1 è spiegato che il medico può disattenderle, in “scienza e coscienza”. Al comma 2, che “il medico non può prendere in considerazione indicazioni orientate a cagionare la morte del paziente”. Attenzione però, come osservano alcuni giuristi, “nel linguaggio giuridico «cagionare» significa causare con un comportamento attivo, e non – in generale – omissivo; per essere considerata equivalente a un’azione, un’omissione deve venire esplicitamente sanzionata dalla legge. Quindi il ddl ci sta dicendo semplicemente che se scriviamo nelle nostre DAT che vogliamo ricevere un’iniezione letale il medico non può accontentarci; e non è certo una novità.”. Il comma 5 (“Nel caso di controversia tra fiduciario ed il medico curante, la questione è sottoposta alla valutazione di un collegio di medici […]. Il parere espresso dal collegio non è vincolante per il medico curante, il quale non sarà tenuto a porre in essere prestazioni contrarie alle sue convinzioni di carattere scientifico e deontologico”) torna ad essere discutibile, per Stefano Ceccanti incostituzionale. Nell’articolo 4 al comma 6, però, c’è qualcosa, secondo me, di molto peggiore: “In condizioni di urgenza o quando il soggetto versa in pericolo di vita immediato, la dichiarazione anticipata di trattamento non si applica”. Per cui la vita e la libertà dei pazienti potrebbero passare nelle mani dei medici non appena si presenti una situazione di criticità.
Riporto infine, integralmente, un pezzo tratto da Bioetica, perché davvero chiarissimo:
“Bestialità assortite. Non mancano poi qua e là incongruenze grossolane; sembra quasi che la capacità di scrivere decentemente una legge si stia estinguendo nel nostro parlamento. Così, all’art. 3 c. 7, scopriamo che «la dichiarazione anticipata di trattamento assume rilievo nel momento in cui è accertato che il soggetto in stato vegetativo non è più in grado di comprendere le informazioni circa il trattamento sanitario». In stato vegetativo? E i pazienti che si trovano in coma (che è cosa diversa dallo SV)? Per quale ragione nel loro caso le DAT non dovrebbero «assumere rilievo»? E se invece che in stato vegetativo il paziente si trova in uno stato di minima coscienza, allora le sue DAT non hanno proprio più valore? Come mai?
Altra perla. Art. 4 c. 4: «La revoca, anche parziale, della dichiarazione deve essere sottoscritta dal soggetto interessato». Un testimone di Geova ha chiesto nelle sue DAT di non essere sottoposto a trasfusione di sangue. Sull’ambulanza ha un ripensamento, e lo dice all’infermiere. Poi perde i sensi, senza aver potuto ovviamente sottoscrivere alcuna dichiarazione. Risultato: il medico potrebbe (e forse sarebbe addirittura obbligato a) ignorare la volontà più recente di quella persona, che verrebbe lasciata morire in base a una dichiarazione non più rispondente ai suoi desideri.”

Per entrare ancora di più in quella cultura che contrasta il disegno di legge, riporto due pareri sul ddl Calabrò di due grandi dei nostri giorni, Ernesto Galli della Loggia e Stefano Rodotà.
Ecco alcuni stralci dell’articolo di Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 25 febbraio di quest’anno:
“Il progetto di legge di cui stiamo parlando decreta questa perdita di diritto nel momento in cui stabilisce che sì, io posso affidare le mie volontà in materia di «attivazione o non attivazione di trattamenti sanitari» a una cosiddetta «dichiarazione anticipata di trattamento» contenente perfino «la rinuncia ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamento sanitario in quanto di carattere sproporzionato o sperimentale» (dunque solo in questo caso?), e posso, sì, egualmente, nominare un «fiduciario» che mi rappresenti quando non dovessi essere più cosciente. Stabilisce anche, però, che nel primo caso la mia dichiarazione non ha alcun valore vincolante ma solo un valore di «orientamento»; e stabilisce altresì, in un emendamento al testo iniziale, che anche nel secondo caso se sorge un contrasto tra il parere del mio «fiduciario» e quello del medico è il parere di quest’ultimo che ha la meglio. La mia volontà, insomma, è solo un «orientamento», ma di fatto io sono nelle mani di ciò che decide il medico. Si aggiunga infine, per colmare la misura, che la validità già molto aleatoria della mia «dichiarazione» è sospesa se mi trovo in condizioni di urgenza o d’imminente pericolo di vita. Cioè proprio nella circostanza – come ha fatto giustamente osservare il professor Possenti nel suo ottimo articolo di mercoledì sul Corriere – in cui la suddetta «dichiarazione» dovrebbe valere di più. In verità a ogni persona di buon senso sfugge per quale ragione la legge, da che tutela in modo assoluto la mia volontà finché sono cosciente, non debba poi riconoscerle più alcun valore quando manifesto tale volontà ora per domani, cioè per quando non sarò più in grado di farlo a causa di un sopravvenuto stato d’incoscienza.”
“Si stabilisca per legge che nelle dichiarazioni della propria volontà in previsione di un sopravvenuto stato d’incoscienza sia permesso di indicare non già i trattamenti che si vorrebbero avere, bensì esclusivamente le pratiche e le cure mediche che non si vogliono avere. Fino a prova contraria è difficile considerare come eutanasia il semplice lasciarsi morire: o deve essere vietato anche questo? “

Ora l’intervista a Stefano Rodotà sul Manifesto del 10 febbraio. Sulla Giornata degli stati vegetativi:
“È l’ennesima prova del pessimo gusto e della pessima cultura di questa maggioranza e della mancanza di rispetto delle persone. Basti ricordare quando il Presidente del consiglio arrivò a dire che Eluana poteva avere dei figlio quando nel primo anniversario della morte mandò una lettera all’istituto di suore dove la donna era stata ricoverata per anni dicendosi dispiaciuto per non aver potuto salvare la vita di Eluana. Qui c’è un’espressione proprietaria della vita delle persone: non è il re taumaturgo che si è visto negare il diritto di imporre le mani, ma l’autocrate che vuole avere il potere sulla vita. Questa è la vicenda. E questo è lo stile e la politica che ancora ci vengono riproposti: con una “Giornata” indetta quasi contro coloro che hanno voluto percorrere fino in fondo una strada di legalità per ottenere il rispetto massimo della dignità e della volontà di Eluana. E con un ddl sul testamento biologico che va su una via esattamente opposta, di totale mancanza di rispetto delle persone.”
E sul ddl Calabrò:
“Lo definirei con cinque aggettivi: è un ddl ideologico, autoritario, menzognero, sgrammaticato e soprattutto incostituzionale. A questo punto si apre di nuovo un fronte di illegalità perché si entra di nuovo in rotta di collisione con sentenze recenti della Corte costituzionale, e si manifesta appunto la pura volontà di un governo che vuole espropriare i cittadini dal diritto di decidere liberamente della loro vita.“

Per ultimo vi riporto qualche frase dell’intervista rilasciata al FattoQuotidiano dal prof. Giorgio Cosmacini, medico e storico della medicina, docente di storia del pensiero medico all’Università vita-salute del San Raffaele di Milano e autore del libro “Testamento biologico – idee ed esperienze per una morte giusta”:
“Sono perplesso. A mio avviso la legge dovrebbe essere riscritta. Una normativa efficace dovrebbe considerare l’evoluzione nel tempo della problematica del fine vita. Nel 1968 lo stato di coma irreversibile fu identificato con la morte cerebrale. Intanto negli ospedali, grazie alle nuove tecniche di rianimazione, aumentavano i pazienti in completa e perdurante incoscienza, dovuta ai danni irreversibili del loro cervello, senza che il loro cuore avesse cessato di battere. La morte cardiaca fu così aggiornata nella morte cerebrale, che anticipava la certificazione del decesso a prima dell’arresto del battito cardiaco. Il primo effetto di quella svolta storica fu che i medici rianimatori, nello staccare le loro macchine non erano più considerati assassini, si sgravavano le famiglie da logoranti e inutili attese, e si evitava alla sanità pubblica l’onere di un’enorme spesa assistenziale. Fino a 50 anni fa il rischio era di una morte apparente, mentre oggi c’è da temere la vita apparente, cioè l’idea di dover essere tenuti in vita pur essendo morti. Per quanto riguarda la nutrizione e l’idratazione, è o non è una terapia medica la gastrostomia, o l’introduzione di un sondino nella bocca di una persona in stato di incoscienza? Vorrei sapere se i fautori della legge sono mai stati in una sala di rianimazione”
“Preferisco chiamarlo ‘testamento biografico’. La biologia concerne l’organismo, e quindi il corpo, fino alle nostre molecole. Qui invece si tratta di lasciare un’eredità di affetti: io lascio il mio patrimonio personale, e non il patrimonio organico, dico ai miei cari cosa devono fare non del mio cadavere, ma di me come persona. Noi restiamo nella memoria di chi sopravvive. Chi è depositario di questa memoria ha l’obbligo, anche morale, di rispettare un testamento che è anche un patrimonio di emozioni, di credenze, di fedi. Io lascio il mio testamento perché sia esaudito, e se chiedo che in caso di coma irreversibile mi si lasci andare, devo essere rispettato. Tra la vita organica e quella biografica c’è una differenza sostanziale.”.

Ora guardiamoci un po’ intorno, verso l’orizzonte e anche molto più in là. Osserviamo come culture diverse e molto più laiche dalla nostra sono riuscite a risolvere il “problema” (l’analisi è tratta dal blog ilPolitico):
Francia: in Francia la legge è del 22 aprile 2005 ed è frutto di uno specifico dibattito parlamentare, iniziato nell’ottobre 2003. La norma autorizza il medico a prendere la decisione di limitare o anche interrompere il trattamento, nel caso in cui la persona malata non sia in grado di esprimere la propria volontà. Si afferma che atti di prevenzione scientificamente riconosciuti come inutili possono essere sospesi o non iniziati affatto. C’è la possibilità, per un soggetto maggiorenne, di esprimere anticipatamente il suo orientamento relativo alle limitazioni o cessazioni di trattamenti medici nel caso in cui il paziente non avesse più le facoltà per esprimersi. Se il paziente è un minore o un maggiorenne sotto tutela, il medico consulta anche familiari o chi ha la tutela, a meno che non si tratti di una situazione di urgenza.
Germania: nell’ordinamento tedesco il testamento biologico non è stato ancora oggetto di una disciplina normativa specifica ma trova impiego nella pratica e conferma nella giurisprudenza. Nel 2003 la Corte suprema è intervenuta riconoscendo “l’atto di disposizione del paziente”, cioè una specifica forma di dichiarazione di volontà personale. “La Corte riconosce il diritto di autodeterminazione dell’individuo”, si legge nel testo. Il principio della tutela della dignità umana impone infatti che una decisione, presa da un soggetto nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, debba essere rispettata, anche qualora sia sopravvenuto uno stato d’incapacità. Nell’ipotesi di diversità di vedute tra il medico ed il paziente, nella sua espressione contingente o precedente al momento della malattia, la decisione finale spetta al giudice tutelare.
Olanda: la disciplina è del 2001 (”Legge per il controllo di interruzione della vita su richiesta e assistenza al suicidio”). La legge olandese è molto più “avanzata” (in positivo o meno, lasciamo il giudizio al lettore) e prevede anche il livello di “assistenza al suicidio”, che si compie assistendo il malato o fornendogli i mezzi. Sono previste, però, commissioni regionali di controllo. Per i soggetti di età compresa tra i 16 e i 18 anni, si prevede che la richiesta possa essere eseguita a condizione che i genitori o il tutore siano stati coinvolti nella decisione. Inoltre, anche per i minorenni di età compresa tra i 12 e i 16 anni si ammette la richiesta a condizione che i genitori siano d’accordo.
Inghilterra: fino all’adozione del “Mental Capacity Act” – in vigore dal 1 ottobre 2007 – il testamento biologico non era previsto dalla disciplina legislativa ma veniva riconosciuto da una consolidata giurisprudenza, che ne aveva definito le condizioni di validità. Il “Mental Act” ha istituito un quadro giuridico per i soggetti incapaci di prendere decisioni in modo autonomo e per le dichiarazioni anticipate di volontà. L’Act richiede che si specifichi quali tipi di trattamento s’intendano rifiutare compilando un modulo e può essere assunto solo da un maggiorenne. Inoltre, un soggetto può dare incarico ad un terzo di decidere per lui qualora ovviamente non fosse più in grado di autodeterminarsi. Nel caso in cui il malato “incapace” non abbia comunicato anticipatamente le proprie volontà e non abbia relazioni familiari o sociali, si affida all’IMCA che “esprime le volontà, i sentimenti, le convinzioni e i valori dell’incapace, e, se lo reputa necessario per difendere l’interesse di questi, può opporsi alle decisioni dei medici”.
Spagna: con l’approvazione della legge del 14 novembre 2002, “recante disposizioni per la regolamentare i diritti del paziente e degli obblighi in materia di informazione e documentazione clinica”, il Parlamento spagnolo ha profondamente modificato la disciplina del rapporto medico-paziente. La legge parla del “rispetto dell’autonomia del paziente” per cui egli può sottoporsi o rifiutare alcuni trattamenti. Per i pazienti che non possono prestare il consenso per problemi fisici o psichici il consenso viene dato dal rappresentante o – se non è stato nominato – dai familiari. I minori hanno il diritto di decidere dai 16 ai 18 anni. Per i più piccoli il consenso è prestato dal rappresentante legale del minore.
Stati Uniti: In America il “caso Quinlan” preparò l’approvazione, in California, del “Natural Death Act” del 1976 che fu il primo provvedimento in questo senso al di là dell’oceano. Successivamente, molti altri stati si sono dotati di una legislazione in materia. Per trovare una scelta a livello federale bisogna arrivare al 1991, con l’istituzione del “Patient self determination Act”. Sulla base di tale legge, vengono riconosciuti i diritti della persona di accettare o rifiutare i trattamenti medici e di formulare dichiarazioni anticipate di volontà (”living will”). Con il “living will”, il soggetto nomina un’altra persona come rappresentante incaricandola di assumere le decisioni in merito all’assistenza ed alla cura. La normativa di alcuni Stati federati propone uno schema semplice e generico in base al quale ognuno può indicare, scrivendo di proprio pugno, le sue scelte; in altri Stati si segue, invece, uno schema molto dettagliato, sempre compilando un questionario.

E per il nostro Paese resta, alla fine, un interrogativo preciso. Che ne sarà, della libertà?

 

Di Giovanni Ugo.

 

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