Energie. Qual è il futuro?

In un mondo in cui la domanda di energia aumenta esponenzialmente ogni anno, ci si domanda quale sia la strada da seguire per ottenere una sufficienza energetica.

Purtroppo ci troviamo ancora schiavi dei combustibili fossili, che continuano ad inquinare e ad ammalare il nostro pianeta. Il mondo non ha ancora svoltato verso energie alternative e sostenibili. L’aggettivo su cui dobbiamo puntare di più è “sostenibile”, poiché non è più possibile continuare a sfruttare il nostro pianeta barbaramente.

Un paese a livello tecnologico avanzato come la Germania, si è proposto di raggiungere una percentuale altissima di energia prodotta da fonti rinnovabili (fotovoltaico, eolico…) e di dismettere le centrali nucleari nei prossimi anni. Questa è una scelta etica e che punta al futuro, poiché all’economicità ad alto rischio ambientale del nucleare, si è preferito il maggior costo (in diminuzione ogni anno) ad alta sostenibilità.

Il nucleare produce grandissime quantità di energia, ma come effetto collaterale costante produce scorie radioattive che si smaltiscono in natura in migliaia di anni. A chi ritiene che un NO al nucleare derivi preconcettualmente dall’impatto emotivo causato dai disastri inaspettati, si può fare presente che le centrali nucleari hanno un altissimo costo iniziale, e trovare l’ubicazione delle stesse non è semplice. Per non parlare dei siti in cui sotterrare le scorie. Temo che alcuni siano favorevoli al nucleare solo a casa degli altri.

In Germania invece si è creato un vero e proprio business del fotovoltaico. Oltre alla produzione in loco di celle fotovoltaiche, esiste un mercato che si basa sul riciclo dei moduli ormai usurati. Quasi il 50% di tutti i rifiuti fotovoltaici d’Europa raggiungono la Germania, per poi essere riciclati al 90%. In sintesi questo paese possiede l’85% di mercato di tutta Europa.

È notizia di pochi giorni fa la vittoria dei “Verdi” nel lande più ricco del territorio tedesco, dopo l’egemonia del centro-destra per 60 anni. Questo partito ha come bandiera le energie rinnovabili.

Tuttavia, oltre a finanziare gli investimenti, è necessaria la regolamentazione delle dimensioni di questi impianti e delle loro ubicazioni, poiché esiste il rischio di creare danni al paesaggio se si specula senza controllo sulle vaste aree agricole.

L’eolico ha un costo tre volte superiore a quello dell’energia nucleare, ma ha un costo molto inferiore rispetto al fotovoltaico (parlando di Europa, poiché negli USA le energie rinnovabili hanno superato il nucleare anche in termini di economicità).

L’energia eolica pecca nella necessità di un’ubicazione in zone ventose. Ne deriva che non è possibile installare pale eoliche in modo diffuso sul territorio nazionale in modo tale da incrementare esponenzialmente la percentuale di energia prodotta tramite il vento.

Un altro metodo in via di sviluppo per ottenere energia è il geotermico, ovvero lo sfruttamento del calore del sottosuolo con cui produrre energia elettrica. I problemi principali sono l’alto costo, le trivellazioni del terreno e come per l’eolico, la specificità dei luoghi in cui è possibile costruire gli impianti.

Anche l’energia da biomasse sta prendendo piede in questi anni. Possiamo considerarla rinnovabile, ma non pienamente sostenibile, poiché è basata sulla combustione di rifiuti organici e quindi produce CO2 e polveri sottili. Per ovviare a questo problema si potrebbe permettere l’installazione di centrali a biomasse limitatamente ai contadini per una dimensione massima pari alla quantità di rifiuti organici prodotti in loco.

 

Il Governo italiano, ormai da un anno, ha intrapreso i passi necessari alla nuclearizzazione del nostro paese, prendendo accordi con la Francia, la quale ci venderà reattori che ottimisticamente potranno essere operativi fra 20 anni e quindi quando avranno perso la loro contemporaneità tecnologica.

Inoltre ha sospeso, in buona parte, i finanziamenti alle energie rinnovabili, proprio quando in tutto il mondo si sta riflettendo se continuare sulla strada nuclearista, tenuto conto del disastro giapponese.

I danni nel paese nipponico sono stati provocati essenzialmente dal maremoto causato dal sisma e non dal terremoto stesso, nonostante sia stato di una potenza mille volte superiore al sisma de L’Aquila. Questo fa intuire come sia impossibile decretare una sicurezza assoluta del nucleare.

Il Giappone è il paese con i livelli più alti di sicurezza nelle costruzioni e ha subito questo tragico evento.

Noi non possediamo le tecnologie edili adatte e in compenso abbiamo la criminalità organizzata che tenta di inserirsi in qualunque appalto. Come pensiamo, inoltre, di costruire centrali nucleari sicure in tempi brevi in un territorio a rischio sismico?

Al referendum dell’11-12 giugno promosso dall’Italia Dei Valori, i cittadini saranno chiamati ad esprimersi su questa decisione governativa. Se vinceranno i Sì verrà abrogato il decreto legge di indirizzo con il quale si è intrapreso il cammino del nucleare in Italia, mentre se vinceranno i NO si continuerà su questa strada; sempre che si raggiunga il quorum, data la posticipazione della consultazione in periodo balneare da parte del Ministero dell’Interno, con il mancato accorpamento alle elezioni amministrative, comportando così un costo aggiuntivo alle casse pubbliche per 250 milioni di euro.

In questi giorni è doveroso fermarsi a riflettere sulle decisioni da prendere nel e per il futuro.

Il nostro paese dovrebbe sfruttare a pieno le energie rinnovabili, finanziando principalmente i produttori di impianti in loco. Facendo ciò si abbatterebbero i costi alla filiera, aumentando la propensione all’acquisto e all’investimento nella Green Economy.

La Terra non è più disposta a sopportare i nostri abusi e la tragedia che si sta consumando in Giappone è un altro colpo mortale inferto al nostro pianeta.

Un alternativa è possibile e deve essere improntata sulla sostenibilità delle nostre scelte a livello ambientale.

Infine, siamo sicuri di aver bisogno di tutta questa energia? Prima di aumentare la produzione dovremmo imparare a risparmiarla e non sprecarla.

Enrico Anconelli

La riforma dei giudici.

Riforma, riforma, la parola che è diventata mantra della politica italiana da quasi vent’anni a questa parte è tornata ostinatamente a ronzare nelle orecchie degli italiani in questi ultimi giorni. E per una cosa estremamente importante, la Giustizia. A sentire il Premier e il suo compare Angelino Alfano, che della Giustizia è pure il Ministro, sembrerebbe una cosa grandiosa. Ma prima di iniziare a raccontare le eroiche imprese del duetto delle Giuste meraviglie, ecco una piccola parentesi, per toglierci un sassolino dalla scarpa e un pesetto dalla coscienza: il nostro ministro è infatti protagonista di un ambiguo episodio nel lontano 1996, la partecipazione al matrimonio della figlia di Croce Napoli, boss mafioso palermitano morto nel 2001; molto più grave, secondo il pentito Ignazio Gagliardo, Al Fano (Travaglio dixit) «sputa nel piatto in cui ha mangiato», perché «ora disprezza la mafia, ma ci chiese voti». Su che tipo di persona, pardòn, di imputato, sia Berlusconi, invece, ne sappiamo già abbastanza.

Tornando alla riforma costituzionale, «che porterà cambiamenti epocali», Berlusconi ha annunciato in un messaggio ai Promotori della Libertà: «Il grande Alexis de Toqueville diceva: ‘Tra tutte le dittature la peggiore è quella dei giudici’. Ecco con questa riforma noi cercheremo di evitare che questo ci accada», ha detto che dal ’94 «la volontà era quella di mettere mano a una riforma della giustizia ma i nostri sforzi sono stati puntualmente vanificati perché una componente della maggioranza, Fini e i suoi, sono rimasti giustizialisti e statalisti e si sono messi sempre di traverso in accordo esplicito delle correnti di sinistra della magistratura». Il Premier ha poi proseguito con un piccolo avvertimento-minaccia alla sinistra, «sono convinto che il testo che presentiamo al Parlamento sia un testo molto equilibrato, che metterà alla prova l’effettiva credibilità della sinistra e la sua disponibilità al dialogo» ed una minaccia vera e propria, più esplicita e autoritaria, verso i suoi, contro il rischio distacco, «chi questa volta si tirerà indietro non avrà nessuna giustificazione». «Non è una legge ad personam», ha sottolineato più volte il Premier, concludendo in bellezza con qualche auto-elogio: «sono coraggioso, temerario forse anche un po’ eroico e matto».

Il simpatico Premier pazzerello la ha, appunto, definita “epocale”. Ma qualcun altro, precisamente il giornalista Marco Travaglio, l’ha contraddetto così, nella sua rubrica settimanale Carta Canta, sull’Espresso:
“Sono 17 anni che si annuncia la ‘grande riforma della giustizia’. Ora, bontà sua, Silvio Berlusconi ne minaccia una ‘epocale’. Purtroppo si tratta dell’ennesima riforma non della giustizia, ma dei giudici: stravolgerà i capisaldi costituzionali dell’indipendenza della magistratura, dell’unicità delle carriere, dell’obbligatorietà dell’azione penale, dell’autogoverno del Csm.
Ma, se mai entrerà in vigore, non accorcerà di un nanosecondo la durata dei processi, universalmente nota come la prima piaga della giustizia italiana: perché non sfiora neppure i meccanismi farraginosi della procedura penale, ma investe soltanto gli assetti della magistratura. Quanto alla sua prodigiosa ‘epocalità’, vien da sorridere, visto che il progetto Berlusconi-Alfano sa di muffa, essendo copiato per metà dal ‘Piano di rinascita democratica’ piduista di Licio Gelli (1976) e per metà dalla bozza Boato della Bicamerale D’Alema (1998).
A giudicare dall’attesa spasmodica seguita all’annuncio-minaccia del premier e del Guardasigilli ad personam, si direbbe che la giustizia italiana soffra di penuria di riforme. Balle: ne ha avute fin troppe.”

“Infatti sono state 200 le leggi approvate in materia penale dal 1994”, quasi tutte scritte per abbreviare i processi, che quasi tutte hanno vieppiù allungato. E visto che sembra che nemmeno questa volta le cose saranno diverse, ecco, nei suoi punti principali, la riforma costituzionale che, sempre secondo Travaglio, «porta il sistema, porta l’Italia a una dittatura, a un modello fascista, quello in cui è il governo a controllare l’azione penale, a dare le direttive alle procure su quali reati perseguire e quali tralasciare»:

Separazione delle carriere. Il “cardine” della riforma, secondo il ministro Alfano. Ora è possibile il cambio da giudice a pm e viceversa, ma solo spostandosi da un distretto giudiziario ad un altro. In futuro invece, secondo la riforma, le carriere di giudici e pm saranno separate e non saranno più possibili cambi. Con l’aiuto del blog Toghe Rotte, del magistrato Bruno Tinti, cerco di chiarirvi alcuni punti fondamentali per capire qual è lo sbaglio di fondo, dovuto spesso all’ignoranza dei “non addetti ai lavori”, nell’idea di separazione delle carriere:
“Cosa fa il PM? Riceve le denunce (dei privati e della polizia), raccoglie gli elementi di prova che gli sono forniti dai denuncianti; delega alla polizia, quando lo ritiene necessario, di raccogliere altri elementi di prova, impartendo istruzioni (per esempio: andate a cercare il marito della signora che abita al piano terra dell’alloggio dove è avvenuto il furto, ricordate? E chiedetegli etc. etc.); raccoglie lui stesso altri elementi di prova se lo ritiene necessario (per esempio, interroga lui stesso il marito della signora etc. etc.). Quando ha finito, nel senso che gli sembra che ha fatto tutto il possibile per raccogliere gli elementi di prova necessari per accertare quello che è successo, compie una valutazione: questi elementi di prova mi convincono che l’imputato (che in realtà in questa fase si chiama indagato, sia mai che qualcuno mi contesti l’imprecisione) è innocente; oppure, mi convincono che è colpevole. Nel primo caso decide di chiedere al GIP di archiviare o pronunciare sentenza di non doversi procedere (processualmente ci sono differenze ma qui non ci interessano). Nel secondo caso decide di rinviare a giudizio l’indagato avanti al Tribunale (oppure, in certi casi, davanti al GIP che deciderà se rinviarlo a giudizio oppure no; trattasi di un ulteriore filtro a garanzia dell’imputato).
Cosa fa il giudice quando il PM ha deciso di mandare l’imputato davanti a lui perché gli si faccia il processo? Esamina tutti gli elementi di prova raccolti dal PM e gli altri che la difesa eventualmente produce (probabilmente alcuni sono stati già prodotti prima, altri lo saranno solo in questo momento). Se non gli bastano e pensa che sia necessario acquisire altri elementi, dispone che vengano acquisiti. Dopodiché si trova esattamente nella stessa situazione in cui si è trovato il PM alla fine delle indagini: deve compiere una valutazione; queste prove mi convincono che l’imputato è innocente; oppure mi convincono che è colpevole; ed emette la sentenza del caso.
Differenze. Qual è dunque la differenza professionale tra PM e giudice? Io non riesco proprio a vederla. E’ naturale che il PM che si è convinto, alla fine delle indagini, che l’imputato è colpevole, sosterrà questa tesi al dibattimento (sempre che non arrivino nuove prove che lo convincano che invece è innocente, nel qual caso chiederà l’assoluzione). Così come è naturale che il giudice che si è convinto, alla fine del dibattimento, che l’imputato è colpevole, scriverà una sentenza di condanna in cui accuserà l’imputato (sempreché non si convinca che invece è innocente, nel qual caso scriverà una sentenza di assoluzione). Non si tratta proprio dello stesso lavoro?”

Filippo Facci ha invece sostenuto la separazione delle carriere in un’intervista-confronto con Marco Travaglio nell’edizione del Tg di La7 del 10 marzo scorso. Spiega Facci, che «la separazione delle carriere c’è in tutto l’Occidente, è chiaro che un pm non può essere giudicato da un collega». E con questo veniamo ad un altro dei punti fondamentali della convinzione di Berlusconi, del suo “Guardasigilli ad personam” (Travglio dixit), dei suoi servi e dei suoi giornali di partito. La tesi che se le due carriere fossero unite, i giudici tenderebbero certamente a favorire i colleghi, ovvero “l’accusa” che comunque, come abbiamo visto, non accusa, ma cerca la verità. Perché non è così, ce lo spiega meglio, ancora Tinti:
“Amicizia. Alcuni hanno rilevato che è il rapporto di amicizia che lega due persone che appartengono alla stessa carriera che non va bene; perché il giudice sarà portato a privilegiare le tesi del PM suo collega più di quelle dell’avvocato.
Devo dire che trovo questo argomento un po’ irritante: in realtà chi lo propone è qualcuno che, evidentemente, pensa che sia normale agire in questo modo, tradendo il proprio dovere; forse lui, in questa situazione, farebbe proprio così. Ma in realtà nelle aule giudiziarie non va affatto in questo modo; anzi spesso succede il contrario. Un po’ perché il giudice sa che questo sospetto aleggia su di lui, e quindi è particolarmente attento e severo nei confronti del PM; un po’ perché, tra colleghi, c’è sempre una forte rivalità professionale: ‘sarai mica tu che mi vieni a spiegare quello che devo fare?’ In tanti anni io ho dovuto spessissimo combattere le mie più aspre battaglie giudiziarie con i giudici più che con le difese. Ma poi, se questo argomento fosse fondato, quante carriere dovremmo separare? I giudici di appello, quelli che decidono se confermare o cassare le sentenze emesse dai giudici di tribunale, sono stati, magari fino al giorno prima, giudici di tribunale anche loro. Magari hanno lavorato nella stessa sezione del tribunale che ha emesso la sentenza che debbono riformare o confermare; magari sono proprio amici dei giudici che l’hanno scritta, ci hanno lavorato fianco a fianco per anni. Che si fa, carriere separate per giudici di tribunale e giudici di appello? E poi, e i giudici di cassazione? Anche loro provengono dai tribunali e dalle corti di appello di tutta Italia; magari conoscono benissimo il collega che ha scritto la sentenza che dovranno riformare, rilevando (che è una cosa seccante per un giudice) errori di diritto. Che si fa? Carriere separate anche per i giudici della cassazione? Che nessuno abbia mai pensato a soluzioni del genere dimostra che, evidentemente, la molto pubblicizzata separazione delle carriere tra PM e giudici ha finalità inconfessabili, ben diverse da quelle sbandierate.”

Infine, un’altra questione importante che la riforma andrebbe ad intaccare: la preparazione professionale dei magistrati. Lo spiega Travaglio, nella sopracitata intervista a La7, così: «Separazione delle carriere, il risultato qual è? E’ che il pm non potrà fare prima un’esperienza da giudice e quindi sarà molto meno equilibrato, meno equo e molto più “giustizialista”. Ci conviene? No.».

Doppio CSM. Su due fronti, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, sembra disastroso. Il primo: i costi. Anche se il deputato Pdl Maurizio Paniz è convinto che il tutto «è a costo zero, assolutamente», ci spiega Piergiorgio Morosini, segretario di Magistratura democratica che «una nuova struttura da edificare significa costi aggiuntivi perché determinate commissioni si devono riprodurre, determinate competenze sono previste sia per i giudici sia per i pubblici ministeri, vanno costruiti nuovi organigrammi. E questo porta non dico a un raddoppio secco ma a un ampliamento significativo dei costi». Oggi, un solo Csm ci costa almeno 26 milioni di euro, che arriveranno prima del 2013 ad almeno 35. Visto che gli organi diventeranno tre (Csm giudici, Csm pm una nuova Corte di disciplina), «i costi se non saranno triplicati saranno quantomeno raddoppiati di sicuro», fa notare Donatella Ferranti, capogruppo Pd in commissione Giustizia. Conclude Morosini: «questa riforma impone costi aggiuntivi assolutamente negativi per il bilancio della giustizia, già decurtato progressivamente negli ultimi tre anni». In conclusione infatti «da un lato si annuncia l’austerity, dall’altro si annunciano misure in controtendenza con l’esigenza di ottimizzare le risorse».

Il secondo fronte di scontro su questo punto della riforma, più grave forse dei costi, è incentrato su chi debbano essere i componenti dei Csm e della Corte di disciplina. Adesso, i componenti sono per due terzi magistrati e per un terzo “laici”, ovvero politici eletti dal Parlamento. Con la riforma, sia nei due Csm sia nella Corte di disciplina, diventeranno metà “togati” e metà “laici” (inoltre, come fa notare Eugenio Scalfari su La Repubblica, i laici saranno eletti dal Parlamento, a maggioranza semplice, facendo si che non possano essere eletti rappresentanti dell’opposizione), staranno in carica 4 anni e non potranno essere ricandidati. Osserva Travaglio: «così la politica potrà mettere le mani sui magistrati più liberi e più pericolosi per il potere, cioè più utili per i cittadini. Ci conviene? No.».

Inappellabilità sentenze di assoluzione. Avevano già tentato di introdurla con la cosiddetta “legge Pecorella”, poi giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 26 del 6 febbraio 2007. Uno dei maggiori giuristi italiani, Franco Cordero, si oppose allora alla disastrosa legge Pecorella e torna oggi in prima linea contro la riforma costituzionale di Alfano. Scrive Cordero su La Repubblica:
“Infine, riappare un’idea graziosamente asinina, già liquidata dalla Consulta (6 febbraio 2007 n. 26): che il proscioglimento non sia più appellabile dal pubblico ministero. Qualcuno invoca esempi anglosassoni, non vedendo l’enorme differenza: i verdetti delle giurie non sono mai appellabili, da nessuna delle parti, assolvano o condannino, perché quel consesso a dodici teste sostituisce antichi giuramenti purgatori, ordalie, duelli ossia decisioni a fondamento non razionale (tale era anche il vere dictum, prodotto d’ empatia comunitaria); l’ appello, strumento romano, mira al rifacimento critico; e se la condanna è appellabile, deve esserlo anche il proscioglimento, avendo due facce l’ errore possibile; i contraddittori stanno su piedi diseguali quando uno perda il rimedio concesso all’avversario. Lo vieta l’art. 111 Cost. né basta immettervi una deroga: vi osta l’ art. 3, implicante simmetrie fondamentali; e toccare l’ art. 3 (siamo eguali davanti alla legge, con i sottintesi sviscerati dalla Corte) non è più revisione costituzionale; sarebbe il collasso dell’ordinamento e salto indietro al potere arbitrario d’ un dominante.”

Polizia giudiziaria. Anche la modifica dell’articolo 109 della Costituzione, titolo IV (la Magistratura) ha suscitato repliche indignate da parte di moltissimi magistrati, che hanno trovato conferme, tra l’altro, nella proclamazione dello stato di agitazione da parte dell’Associazione nazionale magistrati. L’articolo in questione sarà cambiato da “L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria” a “Il giudice e il pubblico ministero dispongono della polizia giudiziaria secondo le modalità stabilite dalla legge (ordinaria)”. Tra tutte, spicca la voce del procuratore antimafia Antonio Ingoria, che ha parlato della riforma in un’intervista pubblicata sull’Espresso: «il parziale svincolamento della polizia giudiziaria dal pubblico ministero, che non avrà più la direzione e il controllo delle indagini: se questo avviene si sposta il baricentro ancora una volta verso la politica, sottraendo il controllo ad un potere autonomo.». E Cordero, sempre sulla Repubblica, nell’articolo La giustizia secondo il re dei caimani, ne parla così:
“Secondo colpo letale. I magistrati requirenti dispongono ‘direttamente della polizia giudiziaria’ (art. 109 Cost.): nel sistema perverso che B. spaccia come ‘riforma epocale’, perdono la guida del caso, ridotti a organi d’ un lavoro grafico o vocale sui materiali ricevuti; li fornisce una polizia ubbidiente ai superiori anche nei passi investiganti; e diventano possibili interferenze da strateghi occulti.”
Se infatti la Polizia, i Carabinieri e la Guardia di Finanza che dipendono dal Governo, non hanno le “spalle coperte” da almeno un magistrato, sarà praticamente impossibile che svolgano indagini autonome, magari con il rischio di beccarsi qualche “seccatura” seria.

Responsabilità civile dei magistrati. Sono 5 righe che hanno fatto e che faranno discutere, quelle che andranno ad aggiungersi come “Sezione II – bis” all’articolo 113 della nostra Costituzione:
“I magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato. La legge espressamente disciplina la responsabilità
civile dei magistrati per i casi di ingiusta detenzione e di altra indebita limitazione della libertà personale. La responsabilità civile dei magistrati si estende allo Stato”.

Prima di qualunque altra considerazione, sullo scopo del testo, sorge una domanda: i magistrati italiani sono davvero così impreparati, così negligenti, così cialtroni e così faziosi che sbagliano sempre e perseguitano di continuo senza motivo i poveri cittadini onesti, da far diventare strettamente necessaria un’aggiunta alla giurisdizione per “perseguirli” ulteriormente? La risposta è semplice: assolutamente no. Si pensi solo che negli ultimi dieci anni solo l’1,3% dei magistrati è stato rimosso per gravi illeciti disciplinari e che negli ultimi tre anni, è toccato solo a 7 magistrati.

Dunque non ce ne sarebbe così bisogno, e considerando i problemi che sto per illustrarvi, proprio non dovrebbe esserci. Scrive su La Stampa Paolo Festuccia:
“Fuori dal ‘giuridichese’ significa che «con questa riforma – annota il presidente dell’Anm, Luca Palamara – si passa dal principio di responsabilità indiretta a quello di responsabilità diretta». Come dire, oggi nel caso di gravi colpe o dolo, del magistrato il cittadino intenta causa allo Stato (che poi, eventualmente cita in giudizio il giudice); quando, invece, il disegno di legge costituzionale approvato ieri dal consiglio dei ministri diverrà legge a tutti gli effetti potrà chiamare in giudizio direttamente il giudice. «E questo significherà – sottolinea l’ex consigliere del Csm, Giuseppe Maria Berruti – che ogni persona che perderà una causa, e ciascuno crede di averla persa ingiustamente, potrà fare causa al suo giudice». Con un primo risultato: altri processi e indennizzi. Già, oggi le richieste «per colpa o ingiusta detenzione sono migliaia, figuriamoci se la riforma dovesse parlare»: 1382 denunce solo lo scorso anno, mentre negli ultimi dieci anni lo Stato ha sborsato circa 400 milioni di euro.
Del resto le cifre non impiegano molto a lievitare: 235,83 euro per ogni giorno di reclusione ingiusta (117,91 in caso di arresti domiciliari) con un tetto massimo di risarcimento di 516mila di euro e spicci. Si pensi, che le richieste viaggiano al ritmo di oltre mille l’anno e più o meno 500 sono quelle che giacciono solo sul tavolo della Corte d’appello di Napoli. Senza poi tener conto di quelle intentate ai sensi della ‘Legge Pinto’ sulla ragionevole durata dei processi (al dicembre scorso 475 casi giacevano alla Corte Europea): migliaia per ogni Corte d’appello con risarcimenti milionari attraverso il ministero dell’Economia.”

Una spesa del tutto inutile quindi, visto anche che questa modifica non servirà ad altro che a rallentare e paralizzare il sistema, già ad oggi del tutto inefficiente. Forse, però, Luca Palamara il Presidente dell’Anm, una motivazione “a sostegno” della riforma è riuscito a trovarla. Afferma infatti che la riforma «colpendo sulla responsabilità civile altro non fa che tentare di mettere in ginocchio l’autonomia dei magistrati. Nel processo ci sono sempre diverse parti e una di queste sarà sempre scontenta della decisione presa dal giudice ed agirà nei confronti di questo. Ciò potrebbe portare il giudice ad una decisione diversa da quella che avrebbe preso altrimenti». Lo spiega anche Cosimo Fermi, segretario di Magistrature democratica: «perché se il giudice è colpito da azioni strumentali che tendono a indebolirlo, ciò comporta a un inevitabile indebolimento. Lo si rende vulnerabile, e sottoposto costantemente ai condizionamenti del ricatto psicologico. E’ chiaro, allora, che ciò si tramuterà anche in una minore produttività».

Obbligo dell’azione penale. L’ultimo punto importante della riforma. E anche se stremati, vediamolo. L’articolo 112 della Costituzione repubblicana, dice così: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale.” Semplice no? No. Sarà che forse il Ministro l’ha letto troppo distrattamente o mentre faceva altro, fatto sta che ha deciso di cambiarlo, aggiungendo sei paroline in fondo: “secondo i criteri stabiliti dalla legge”. Le paroline sono sei, ma ciò che fanno cambiare è un universo a sé. La situazione, oggi, è questa: un magistrato che riceve da un giornale, da un poliziotto, da un qualunque cittadino, una notizia di reato ha l’obbligo di indagarci su, di verificare ed eventualmente di chiedere la pena o di assolvere e mandare tutti a farsi i fatti propri come prima. Ora no. Ora, anche se un magistrato ricevesse una qualunque notizia, o peggio, una prova di reato, non potrebbe indagare: infatti sarà il Parlamento, ovvero la maggioranza a decidere il «prius» dei problemi da seguire. Lo ha spiegato in una conferenza stampa, destreggiandosi in una giungla di “cioè”, Angelino Alfano:
«Cioè, oggi cosa è successo, che un principio sacrosanto come quello dell’obbligatorietà dell’azione penale, talmente sacrosanto che abbiamo voluto mantenerlo, è stato di fatto, anche per necessità, senza malafede da parte dei pubblici ministeri, trasformato nel suo contrario. Ne è stata capovolta la finalità, cioè, siccome bisogna perseguire tutti i reati e siccome non ho tempo di farlo scelgo io pm, cioè il principio dell’obbligatorietà cioè il principio di perseguimento e di persecuzione di tutti i reati si è trasformato nel suo contrario, cioè nell’assoluta discrezionalità nel perseguire reati, cioè il pm sceglie cosa perseguire. Noi abbiamo voluto togliere il manto di ipocrisia al principio dell’obbligatorietà mantenendolo nella sua essenza.».

Praticamente quindi, «il Parlamento che in funzione dell’allarme sociale che raccoglie dalla base, dalla gente, dai territori, indica in base all’allarme sociale un elenco di priorità».

Ha replicato Travaglio, nella puntata del 17 marzo di Annozero:
«Con la riforma Alfano sarà il Parlamento, cioè la maggioranza su indicazione del ministro della Giustizia, a dire ogni anno alle procure quale reato devono perseguire e quali devono tralasciare e secondo voi, i reati tipici dei politici e dei loro finanziatori, saranno fra quelli prioritari da punire? Basta leggere certe dichiarazioni quando un politico finisce sotto inchiesta per capire che in genere non considerano gravi i reati come l’abuso di ufficio, la corruzione, la concussione, il finanziamento illecito, la truffa, i reati finanziari, fiscali, ora anche la prostituzione minorile si è aggiunta all’ultimo momento. Quelli gravi sono sempre i furti, le rapine, l’immigrazione clandestina e gli omicidi, salvo che qualcuno di loro cominci ad ammazzare altrimenti pure l’omicidio diventa un reato minore».

E Franco Cordero, ne sopracitato articolo su La Repubblica:
“Cominciamo dall’azione penale. È potere esclusivo del pubblico ministero: la esercita imputando a qualcuno l’ ipotetico reato; così instaurai processi, il cui solo possibile esito è la sentenza; e ha l’ obbligo d’ agire (art. 112 Cost.), ogniqualvolta l’ accusa risulti sostenibile; può astenersene solo col permesso del giudice, finché nuovi materiali o i precedenti, diversamente valutati, non esigano una riapertura delle indagini. Le scelte discrezionali sono un lusso che possono permettersi paesi dalle midolla politiche sane, dove il governo paghi cari i trucchi o le omissioni: supponendo che gli uffici dell’accusa dipendano dal potere esecutivo, ne risponde il ministro; e dati i costumi parlamentari italiani, nessuno vi fa caso. Ancora meno auspicabile sarebbe un pubblico ministero agente sovrano, che non risponda a nessuno. Insomma, sotto le lune d’ Italia l’ azione obbligatoria non ammette alternative. Perciò le res iudicandae penali sono indisponibili: l’ attore pubblico non può desistere; se cambia idea, concluda a favore dell’imputato; come stiano le cose, lo dirà il giudice, assolvendo o condannando secondo parametri legali. Che una legge regoli le priorità del lavoro, sta nell’ elucubrabile, sebbene materie simili escludano criteri rigidi, troppe essendo le variabili da calcolare, ma è idea matta l’ improcedibilità dei casi scomodi all’esecutivo (dormano, ibernati, finché venga un turno indefinitamente rinviabile). Vuol rendersi utile il ministro? Fornisca all’apparato i mezzi necessari.”

E Antonio Ingroia, nella sopracitata intervista su L’Espresso: «Quando si parla di obbligatorietà dell’azione penale e di criteri di priorità decisi dal Parlamento significa introdurre un controllo sull’azione penale: c’è minore obbligatorietà e più discrezionalità politica».

Ci troviamo quindi di fronte ad una vera e propria violazione della Costituzione e ci avviamo ancora di più verso il collasso della martoriata Giustizia italiana.

Una Giustizia, che diventa giustizia con la minuscola. O nemmeno quella?

 

Di Giovanni Ugo.

Viva, l’Italia!

150° anno d’Italia.

Non dobbiamo ricordare la nostra storia e la nostra italianità solamente in questa giornata. L’essere italiani è promuovere quel sentimento d’amore che ci lega alla patria, che ci fa lavorare per migliorarla ed unirla. Dopotutto la cultura italiana ha una storia millenaria: siamo la patria del diritto, della cultura, della musica. Mancava solo la nazione e l’apparato Stato che potesse identificare un popolo.

Un popolo solidale, coraggioso, mai domo, vero, complicato e vario. In ogni occasione di difficoltà siamo stati in grado di unirci, in ogni tempo. Dobbiamo fondare la nostra società sui legami che ci uniscono, sviluppandoli arricchendoli con le nostre diversità, distruggendo i pensieri secessionisti.

Il pensiero in questo giorno di festa va principalmente a coloro che hanno permesso la nascita di questo popolo unito. I famosi Mazzini, Cavour, Garibaldi, ma soprattutto quei ragazzi anonimi e ventenni che sono morti per dare un futuro migliore a noi discendenti, come Goffredo Mameli ideatore del testo del nostro inno e Michele Novaro, musicista che ha dato vita allo spartito.

Come non ricordare poi i protagonisti della Resistenza italiana durante la seconda guerra mondiale, giovani come i risorgimentisti. Uomini che per ideali di giustizia, libertà e uguaglianza hanno sacrificato se stessi. Se viviamo ancora in unità lo dobbiamo anche a loro.

Sarebbe ipocrita, però, confermare in pieno anche l’unità del popolo italiano. Questo è un processo che è ancora in corso e non sapremo mai quando e se si concluderà in modo completo.

Tutte le diversità che arricchiscono la nostra società sono ben accette, ma alcuni atteggiamenti espressi in questi giorni contro la bandiera, l’inno e l’Italia stessa, sono da condannare con fermezza. Se non per convinto spirito ed orgoglio nazionale, almeno per rispetto ai caduti di questo paese.

Ognuno oggi può vivere questa giornata con sentimenti propri e pensieri propri, spero accomunati dall’Amore per questa nostra terra e per questo nostro popolo, che seppure abbia molti difetti è sempre stato ricordato nella storia per gli immensi pregi.

L’orgoglio e la fierezza dell’appartenere ad una nazione deve essere l’essenza in ogni nostra azione quotidiana. Tutti noi contribuiamo in ogni piccolo gesto alla legalità, alla giustizia, all’unità.

Operiamoci ogni giorno per continuare ad unire e a migliorare il nostro paese. Non viviamo più in una mera espressione geografica.

Viva la repubblica, viva gli italiani, VIVA L’ITALIA, l’Italia è viva.

 

Enrico Anconelli

Qui ad Atene noi facciamo così – Qui in Italia noi non facciamo così

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

Macchiavelli diceva che la storia si ripete, che i fatti possono ricapitare. A voi il giudizio.

LHC orgoglio italiano

Il 30 settembre 2010, ahimè ce ne accorgiamo solo ora, il direttore della rivista “le Scienze” Marco Cattaneo ha scritto un articolo sul suo blog, il cui link riporteremo in fondo a questo, dove ha raccontato due cose, entrambe notevoli, una ormai sentita e risentita, una che invece ci ha stupiti in positivo e inorgogliti un pò. Esse sono:

a) l’informazione italiana è alquanto incapace (oltre a tutti i restanti aggettivi. vedi: venduta)

b) i quattro direttori dei quattro esperimenti su cui si concentra il Large Hadron Collider di Ginevra sono italiani.

Ci concentriamo sul punto b), poichè il primo è già ben curato in altri nostri articoli. La nomina dell’ultimo italiano è del 28 Settembre, a Maggio di quest’anno sarà in carica. Ebbene sì, pare strano viste le condizioni in cui verte il comparto istruzione e ricerca del primo decennio del 2000, ma occupiamo poltrone nel laboratorio di ricerca più innovativo ed ambizioso del mondo, il CERN di Ginevra, e le occupiamo alla testa di LHCb, ALICE, ATLAS e CMS. Nomi strani, ma il succo qual’è? è che l’Italia si dimostra ancora terra di grandi capacità e cervelli, e allora l’azione distruttiva degli ultimi governi nei confronti della Scienza pare ancora più pazzoide, sconsiderata e ingiustificabile. Cosa potremmo fare con i giusti fondi? la domanda sorge spontanea.

Vogliamo che la risposta arrivi direttamente dagli eventi, perchè vogliamo che la Scienza sia rilanciata in Italia, dove pensare la Politica indifferente ad essa fino a poco tempo fa pareva assurdo.

MM

Link al Blog di Cattaneo

Terremoto in Giappone.

Sono arrivati ad almeno 110 i morti e 350 i dispersi finora stimati, provocati  dal terremoto con annesso tsunami avvenuto questa notte in Giappone. La forza delle scosse ha raggiunto gli 8,9 magnitudo e le onde si sono alzate fino a dieci metri e invaso le coste anche per cinque  chilometri. Per una centrale nucleare, quella di Onagawa, è stato dichiarato lo stato di emergenza perchè il raffreddamento del reattore non sta riuscendo come dovrebbe.

-Il link della diretta fotografica dell’ANSA

-Una mappa delle zone colpite

-Videostory dell’ANSA sulle ultime degli esperti e dei testimoni

Qualche immagine dei disastri (tratte dall’ANSA):

Qualche video sul sisma:

 

Di Giovanni Ugo.

Il Cattivo Testamento.

C’erano già il Vecchio e il Nuovo Testamento, ma al Vaticano hanno deciso che ne sarebbe servito anche un altro. Quello Cattivo, o “testamento biologico”. Quello che dovrebbe colmare il gigantesco vuoto normativo presente da anni in Italia. Anche se avevano già provato a colmarlo nel ’99 sedici deputati dell’Ulivo, ci avevano provato nel 2000 tre senatori verdi, riuscendo a far approvare in seguito anche una legge sulla legalizzazione dell’utilizzo di analgesici oppiacei, era stato proposto qualcosa pure nella XIV legislatura e, infine, si erano moltiplicati in modo esponenziale gli sforzi per ricominciare i lavori sulle“Disposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari” nel 2008 con il Governo Prodi, grazie alla spinta di Ignazio Marino e grazie all’esplosione del caso di Eluana Englaro, interrotti e vanificati però dalla fine anticipata della legislatura. Due anni fa, le pressioni vaticane da una parte e quelle di molti cittadini scossi dal caso Englaro dall’altra, hanno ricominciato a farsi sentire e qualcuno, unicamente però nel nome della CEI e dell’elettorato cattolico  pro-life (il dubbio, comunque, resta su chi siano gli anti-life), ha ricominciato ad opporsi al testamento biologico. Più precisamente, quel qualcuno è il senatore Raffaele Calabrò (strano a sentirsi di un politico, ma sembra che il senatore non abbia commesso crimini -tranne quello perlomeno morale di essere senatore del gruppo PdL- né sia mai stato indagato). Ancora più precisamente, il senatore non si “oppone” al testamento biologico, ma semplicemente vorrebbe renderlo del tutto inutile ed inutilizzabile con un disegno di legge di cui è il relatore e soprattutto promotore principale. Il cosiddetto, appunto, ddl Calabrò. Che è stato approvato al Senato il 26 marzo del 2009, dai 150 voti favorevoli dei senatori del PdL e della Lega Nord, ed i 123 contrari del Pd e dell’IdV. Probabilmente gli onorevoli che hanno votato a favore delle “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento” si erano dimenticati l’importanza della libertà dei cittadini rispetto alle cure mediche, quella che per esempio è stata scritta e garantita nella nostra Costituzione, all’articolo 32: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”. Vediamo allora e cerchiamo di capire questo famigerato, odiatissimo e “oscurantista” (Di Pietro dixit) disegno di legge.

“Il testo rimane orrendo, contraddittorio, poco comprensibile, verboso, illiberale; ma ha almeno perso lo sfrontato carattere di legge criminale che aveva nella prima versione. Le modifiche non appaiono casuali; qualcuno deve essersi reso conto che la legge sarebbe andata incontro a una sicura bocciatura della Corte Costituzionale, non senza prima aver seminato grandi sofferenze e serissimi problemi di applicazione. Naturalmente il potere integralista ha notato le modifiche, e le prime messe in guardia sono già apparse sui suoi organi di stampa; rimane dunque incerto il destino ultimo del ddl. Cerchiamo adesso di capire cosa accadrebbe se il ddl diventasse legge.”, scrivono gli attenti e informatissimi Chiara Lalli e Giuseppe Regalzi, sul loro blog, Bioetica. Allora, cerchiamo di capirlo, attraverso i termini fondamentali di questo tipo di legislazione e ascoltando i pareri di qualche esperto.

Prima di tutto però, leggiamo il ddl nella sua prima versione, per farci un’idea delle spaventose idee del legislatore.

Per capirci qualcosa e districarci nel “verboso” disegno di legge, è fondamentale consultare questo mini-dizionarietto:
-Consenso informato? Nella prima versione della legge, all’articolo 1, si sarebbe voluto impedire anche a chi è in perfette condizioni fisico-mentali e quindi in grado di decidere in perfetta lucidità e autonomia, di rifiutarsi di ricevere un qualunque trattamento sanitario. Questa proposta indecente è stata cancellata nell’ultima versione del ddl, che verrà discussa alla Camera dopo il 18 marzo ma che resta comunque pericolosamente ambigua: “[la presente legge] vieta ai sensi degli articoli 575, 579 e 580 del codice penale ogni forma di eutanasia e ogni forma di assistenza o di aiuto al suicidio, considerando l’attività medica esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all’alleviamento della sofferenza”. Infatti la dicitura “ogni forma di eutanasia” è ambigua perché potrebbe essere considerata eutanasia anche il rifiuto delle terapie da parte di un cittadino, mettendo quindi sia il medico sia il paziente in una situazione di illegalità. Sempre all’articolo 1, ma al comma 2, è interessante vedere come è stato modificato il testo dalla prima versione alla seconda. Prima versione: “L’attività medica, in quanto esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all’alleviamento della sofferenza non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”. La seconda versione la si ricava togliendo le parole in corsivo dalla prima. In più, per chi volesse nominare qualcuno affinché diventi la propria voce se lo stato di incoscienza dovesse sopraggiungere, farà meglio a rinunciare. Infatti, il fiduciario dovrebbe avere “come scopo esclusivo la salvaguardia della salute psicofisica dell’incapace”. Dunque, niente sospensione delle cure.
-Dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT)? Le dichiarazioni anticipate di trattamento del paziente con il ddl Calabrò si potranno fare, in previsione di una futura perdita della capacità di intendere e volere. Prevedono la nomina di un fiduciario. Non sono obbligatorie e durano 5 anni; non sono vincolanti. Scrivono però, nel blog Bioetica, che, se qualcuno chiedesse delle DAT nel ddl Calabrò, “la risposta sarebbe: non si capisce”. Nella prima versione del ddl infatti, all’articolo 5 comma 3, Calabrò scriveva che i trattamenti sanitari che potevano essere rifiutati dovevano essere “sperimentali invasivi o ad alta rischiosità”. Ora si parla solo di “trattamenti sanitari” in generale. Ma in più non si capisce chi possa usufruire delle dichiarazioni anticipate e in che modo. Semplicemente: boh!
-Rifiutare l’alimentazione e l’idratazione forzate? Articolo 6, comma 3: “In armonia con la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, fatta a New York il 13 dicembre 2006, l’alimentazione e l’idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita. Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento.” La Convenzione delle Nazioni Unite non parla assolutamente di ciò che è scritto nella legge, Calabrò se lo è inventato di sana pianta. E comunque, la risposta alla domanda se sia possibile rifiutare le terapie sanitarie da parte del cittadino, cosciente o no, è la stessa che avrebbe dato un qualunque cardinal Bagnasco, assolutamente no, prchè considerate “sostegno vitale” e non “terapia”.
-DAT vincolanti per i medici? Nella prima versione del ddl le DAT non erano né obbligatorie né vincolanti. Nella seconda invece, leggiamo all’articolo 4, comma 1: “le dichiarazioni anticipate di trattamento non sono obbligatorie ma sono vincolanti, fatte salve le previsioni dell’articolo 7”. Al comma 1 è spiegato che il medico può disattenderle, in “scienza e coscienza”. Al comma 2, che “il medico non può prendere in considerazione indicazioni orientate a cagionare la morte del paziente”. Attenzione però, come osservano alcuni giuristi, “nel linguaggio giuridico «cagionare» significa causare con un comportamento attivo, e non – in generale – omissivo; per essere considerata equivalente a un’azione, un’omissione deve venire esplicitamente sanzionata dalla legge. Quindi il ddl ci sta dicendo semplicemente che se scriviamo nelle nostre DAT che vogliamo ricevere un’iniezione letale il medico non può accontentarci; e non è certo una novità.”. Il comma 5 (“Nel caso di controversia tra fiduciario ed il medico curante, la questione è sottoposta alla valutazione di un collegio di medici […]. Il parere espresso dal collegio non è vincolante per il medico curante, il quale non sarà tenuto a porre in essere prestazioni contrarie alle sue convinzioni di carattere scientifico e deontologico”) torna ad essere discutibile, per Stefano Ceccanti incostituzionale. Nell’articolo 4 al comma 6, però, c’è qualcosa, secondo me, di molto peggiore: “In condizioni di urgenza o quando il soggetto versa in pericolo di vita immediato, la dichiarazione anticipata di trattamento non si applica”. Per cui la vita e la libertà dei pazienti potrebbero passare nelle mani dei medici non appena si presenti una situazione di criticità.
Riporto infine, integralmente, un pezzo tratto da Bioetica, perché davvero chiarissimo:
“Bestialità assortite. Non mancano poi qua e là incongruenze grossolane; sembra quasi che la capacità di scrivere decentemente una legge si stia estinguendo nel nostro parlamento. Così, all’art. 3 c. 7, scopriamo che «la dichiarazione anticipata di trattamento assume rilievo nel momento in cui è accertato che il soggetto in stato vegetativo non è più in grado di comprendere le informazioni circa il trattamento sanitario». In stato vegetativo? E i pazienti che si trovano in coma (che è cosa diversa dallo SV)? Per quale ragione nel loro caso le DAT non dovrebbero «assumere rilievo»? E se invece che in stato vegetativo il paziente si trova in uno stato di minima coscienza, allora le sue DAT non hanno proprio più valore? Come mai?
Altra perla. Art. 4 c. 4: «La revoca, anche parziale, della dichiarazione deve essere sottoscritta dal soggetto interessato». Un testimone di Geova ha chiesto nelle sue DAT di non essere sottoposto a trasfusione di sangue. Sull’ambulanza ha un ripensamento, e lo dice all’infermiere. Poi perde i sensi, senza aver potuto ovviamente sottoscrivere alcuna dichiarazione. Risultato: il medico potrebbe (e forse sarebbe addirittura obbligato a) ignorare la volontà più recente di quella persona, che verrebbe lasciata morire in base a una dichiarazione non più rispondente ai suoi desideri.”

Per entrare ancora di più in quella cultura che contrasta il disegno di legge, riporto due pareri sul ddl Calabrò di due grandi dei nostri giorni, Ernesto Galli della Loggia e Stefano Rodotà.
Ecco alcuni stralci dell’articolo di Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 25 febbraio di quest’anno:
“Il progetto di legge di cui stiamo parlando decreta questa perdita di diritto nel momento in cui stabilisce che sì, io posso affidare le mie volontà in materia di «attivazione o non attivazione di trattamenti sanitari» a una cosiddetta «dichiarazione anticipata di trattamento» contenente perfino «la rinuncia ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamento sanitario in quanto di carattere sproporzionato o sperimentale» (dunque solo in questo caso?), e posso, sì, egualmente, nominare un «fiduciario» che mi rappresenti quando non dovessi essere più cosciente. Stabilisce anche, però, che nel primo caso la mia dichiarazione non ha alcun valore vincolante ma solo un valore di «orientamento»; e stabilisce altresì, in un emendamento al testo iniziale, che anche nel secondo caso se sorge un contrasto tra il parere del mio «fiduciario» e quello del medico è il parere di quest’ultimo che ha la meglio. La mia volontà, insomma, è solo un «orientamento», ma di fatto io sono nelle mani di ciò che decide il medico. Si aggiunga infine, per colmare la misura, che la validità già molto aleatoria della mia «dichiarazione» è sospesa se mi trovo in condizioni di urgenza o d’imminente pericolo di vita. Cioè proprio nella circostanza – come ha fatto giustamente osservare il professor Possenti nel suo ottimo articolo di mercoledì sul Corriere – in cui la suddetta «dichiarazione» dovrebbe valere di più. In verità a ogni persona di buon senso sfugge per quale ragione la legge, da che tutela in modo assoluto la mia volontà finché sono cosciente, non debba poi riconoscerle più alcun valore quando manifesto tale volontà ora per domani, cioè per quando non sarò più in grado di farlo a causa di un sopravvenuto stato d’incoscienza.”
“Si stabilisca per legge che nelle dichiarazioni della propria volontà in previsione di un sopravvenuto stato d’incoscienza sia permesso di indicare non già i trattamenti che si vorrebbero avere, bensì esclusivamente le pratiche e le cure mediche che non si vogliono avere. Fino a prova contraria è difficile considerare come eutanasia il semplice lasciarsi morire: o deve essere vietato anche questo? “

Ora l’intervista a Stefano Rodotà sul Manifesto del 10 febbraio. Sulla Giornata degli stati vegetativi:
“È l’ennesima prova del pessimo gusto e della pessima cultura di questa maggioranza e della mancanza di rispetto delle persone. Basti ricordare quando il Presidente del consiglio arrivò a dire che Eluana poteva avere dei figlio quando nel primo anniversario della morte mandò una lettera all’istituto di suore dove la donna era stata ricoverata per anni dicendosi dispiaciuto per non aver potuto salvare la vita di Eluana. Qui c’è un’espressione proprietaria della vita delle persone: non è il re taumaturgo che si è visto negare il diritto di imporre le mani, ma l’autocrate che vuole avere il potere sulla vita. Questa è la vicenda. E questo è lo stile e la politica che ancora ci vengono riproposti: con una “Giornata” indetta quasi contro coloro che hanno voluto percorrere fino in fondo una strada di legalità per ottenere il rispetto massimo della dignità e della volontà di Eluana. E con un ddl sul testamento biologico che va su una via esattamente opposta, di totale mancanza di rispetto delle persone.”
E sul ddl Calabrò:
“Lo definirei con cinque aggettivi: è un ddl ideologico, autoritario, menzognero, sgrammaticato e soprattutto incostituzionale. A questo punto si apre di nuovo un fronte di illegalità perché si entra di nuovo in rotta di collisione con sentenze recenti della Corte costituzionale, e si manifesta appunto la pura volontà di un governo che vuole espropriare i cittadini dal diritto di decidere liberamente della loro vita.“

Per ultimo vi riporto qualche frase dell’intervista rilasciata al FattoQuotidiano dal prof. Giorgio Cosmacini, medico e storico della medicina, docente di storia del pensiero medico all’Università vita-salute del San Raffaele di Milano e autore del libro “Testamento biologico – idee ed esperienze per una morte giusta”:
“Sono perplesso. A mio avviso la legge dovrebbe essere riscritta. Una normativa efficace dovrebbe considerare l’evoluzione nel tempo della problematica del fine vita. Nel 1968 lo stato di coma irreversibile fu identificato con la morte cerebrale. Intanto negli ospedali, grazie alle nuove tecniche di rianimazione, aumentavano i pazienti in completa e perdurante incoscienza, dovuta ai danni irreversibili del loro cervello, senza che il loro cuore avesse cessato di battere. La morte cardiaca fu così aggiornata nella morte cerebrale, che anticipava la certificazione del decesso a prima dell’arresto del battito cardiaco. Il primo effetto di quella svolta storica fu che i medici rianimatori, nello staccare le loro macchine non erano più considerati assassini, si sgravavano le famiglie da logoranti e inutili attese, e si evitava alla sanità pubblica l’onere di un’enorme spesa assistenziale. Fino a 50 anni fa il rischio era di una morte apparente, mentre oggi c’è da temere la vita apparente, cioè l’idea di dover essere tenuti in vita pur essendo morti. Per quanto riguarda la nutrizione e l’idratazione, è o non è una terapia medica la gastrostomia, o l’introduzione di un sondino nella bocca di una persona in stato di incoscienza? Vorrei sapere se i fautori della legge sono mai stati in una sala di rianimazione”
“Preferisco chiamarlo ‘testamento biografico’. La biologia concerne l’organismo, e quindi il corpo, fino alle nostre molecole. Qui invece si tratta di lasciare un’eredità di affetti: io lascio il mio patrimonio personale, e non il patrimonio organico, dico ai miei cari cosa devono fare non del mio cadavere, ma di me come persona. Noi restiamo nella memoria di chi sopravvive. Chi è depositario di questa memoria ha l’obbligo, anche morale, di rispettare un testamento che è anche un patrimonio di emozioni, di credenze, di fedi. Io lascio il mio testamento perché sia esaudito, e se chiedo che in caso di coma irreversibile mi si lasci andare, devo essere rispettato. Tra la vita organica e quella biografica c’è una differenza sostanziale.”.

Ora guardiamoci un po’ intorno, verso l’orizzonte e anche molto più in là. Osserviamo come culture diverse e molto più laiche dalla nostra sono riuscite a risolvere il “problema” (l’analisi è tratta dal blog ilPolitico):
Francia: in Francia la legge è del 22 aprile 2005 ed è frutto di uno specifico dibattito parlamentare, iniziato nell’ottobre 2003. La norma autorizza il medico a prendere la decisione di limitare o anche interrompere il trattamento, nel caso in cui la persona malata non sia in grado di esprimere la propria volontà. Si afferma che atti di prevenzione scientificamente riconosciuti come inutili possono essere sospesi o non iniziati affatto. C’è la possibilità, per un soggetto maggiorenne, di esprimere anticipatamente il suo orientamento relativo alle limitazioni o cessazioni di trattamenti medici nel caso in cui il paziente non avesse più le facoltà per esprimersi. Se il paziente è un minore o un maggiorenne sotto tutela, il medico consulta anche familiari o chi ha la tutela, a meno che non si tratti di una situazione di urgenza.
Germania: nell’ordinamento tedesco il testamento biologico non è stato ancora oggetto di una disciplina normativa specifica ma trova impiego nella pratica e conferma nella giurisprudenza. Nel 2003 la Corte suprema è intervenuta riconoscendo “l’atto di disposizione del paziente”, cioè una specifica forma di dichiarazione di volontà personale. “La Corte riconosce il diritto di autodeterminazione dell’individuo”, si legge nel testo. Il principio della tutela della dignità umana impone infatti che una decisione, presa da un soggetto nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, debba essere rispettata, anche qualora sia sopravvenuto uno stato d’incapacità. Nell’ipotesi di diversità di vedute tra il medico ed il paziente, nella sua espressione contingente o precedente al momento della malattia, la decisione finale spetta al giudice tutelare.
Olanda: la disciplina è del 2001 (”Legge per il controllo di interruzione della vita su richiesta e assistenza al suicidio”). La legge olandese è molto più “avanzata” (in positivo o meno, lasciamo il giudizio al lettore) e prevede anche il livello di “assistenza al suicidio”, che si compie assistendo il malato o fornendogli i mezzi. Sono previste, però, commissioni regionali di controllo. Per i soggetti di età compresa tra i 16 e i 18 anni, si prevede che la richiesta possa essere eseguita a condizione che i genitori o il tutore siano stati coinvolti nella decisione. Inoltre, anche per i minorenni di età compresa tra i 12 e i 16 anni si ammette la richiesta a condizione che i genitori siano d’accordo.
Inghilterra: fino all’adozione del “Mental Capacity Act” – in vigore dal 1 ottobre 2007 – il testamento biologico non era previsto dalla disciplina legislativa ma veniva riconosciuto da una consolidata giurisprudenza, che ne aveva definito le condizioni di validità. Il “Mental Act” ha istituito un quadro giuridico per i soggetti incapaci di prendere decisioni in modo autonomo e per le dichiarazioni anticipate di volontà. L’Act richiede che si specifichi quali tipi di trattamento s’intendano rifiutare compilando un modulo e può essere assunto solo da un maggiorenne. Inoltre, un soggetto può dare incarico ad un terzo di decidere per lui qualora ovviamente non fosse più in grado di autodeterminarsi. Nel caso in cui il malato “incapace” non abbia comunicato anticipatamente le proprie volontà e non abbia relazioni familiari o sociali, si affida all’IMCA che “esprime le volontà, i sentimenti, le convinzioni e i valori dell’incapace, e, se lo reputa necessario per difendere l’interesse di questi, può opporsi alle decisioni dei medici”.
Spagna: con l’approvazione della legge del 14 novembre 2002, “recante disposizioni per la regolamentare i diritti del paziente e degli obblighi in materia di informazione e documentazione clinica”, il Parlamento spagnolo ha profondamente modificato la disciplina del rapporto medico-paziente. La legge parla del “rispetto dell’autonomia del paziente” per cui egli può sottoporsi o rifiutare alcuni trattamenti. Per i pazienti che non possono prestare il consenso per problemi fisici o psichici il consenso viene dato dal rappresentante o – se non è stato nominato – dai familiari. I minori hanno il diritto di decidere dai 16 ai 18 anni. Per i più piccoli il consenso è prestato dal rappresentante legale del minore.
Stati Uniti: In America il “caso Quinlan” preparò l’approvazione, in California, del “Natural Death Act” del 1976 che fu il primo provvedimento in questo senso al di là dell’oceano. Successivamente, molti altri stati si sono dotati di una legislazione in materia. Per trovare una scelta a livello federale bisogna arrivare al 1991, con l’istituzione del “Patient self determination Act”. Sulla base di tale legge, vengono riconosciuti i diritti della persona di accettare o rifiutare i trattamenti medici e di formulare dichiarazioni anticipate di volontà (”living will”). Con il “living will”, il soggetto nomina un’altra persona come rappresentante incaricandola di assumere le decisioni in merito all’assistenza ed alla cura. La normativa di alcuni Stati federati propone uno schema semplice e generico in base al quale ognuno può indicare, scrivendo di proprio pugno, le sue scelte; in altri Stati si segue, invece, uno schema molto dettagliato, sempre compilando un questionario.

E per il nostro Paese resta, alla fine, un interrogativo preciso. Che ne sarà, della libertà?

 

Di Giovanni Ugo.

 

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